Si narra (e forse è solo una leggenda metropolitana) che Eunice Kathleen Waymon si sbagliava su Johnny Allen Hendrix , finché Jimi non le mostrò il suo vero talento, Nina per scherzo chiese a Jimi di suonare il pianoforte, quello che lui suonò la lasciò senza parole e cambiò ciò che lei supponeva.
Era l'ottobre del '67 ed un piccolo gruppo si riunì in un appartamento del Greenwich Village, il tipico ritrovo che si teneva a New York a fine anni '60, musicisti jazz, chitarristi rock, poeti ed attivisti, tutti stipati nel salotto di qualcuno, a passarsi vino, sigarette e idee.
L'aria era densa di fumo e di conversazioni sulla guerra, sulla musica, sulla direzione che stava prendendo la cultura, era il Greenwich Village al suo apice, un luogo dove Miles Dewey Davis III poteva presentarsi alla stessa festa di Irwin Allen Ginsberg, dove generi musicali e movimenti sociali si scontravano e creavano qualcosa di nuovo.
Nina Simone era lì, concedendosi una rara serata libera dai tour, era stata in viaggio per mesi, esausta dalle esigenze di essere sia un'artista che un'attivista, si era appena esibita ad un concerto di beneficenza per i diritti civili ad Harlem e aveva bisogno di una serata in compagnia di persone che capissero sia la musica che la lotta, a 34 anni Nina era già una leggenda, una pianista di formazione classica che era stata rifiutata dal “Curtis Institute of Music” a causa della sua etnia, e che aveva trasformato quel rifiuto in benzina per una carriera che sfidava ogni categorizzazione, suonava Chopin e Bach con la stessa convinzione con cui interpretava canzoni di protesta, il suo pianoforte non era solo uno strumento, era un'arma, una preghiera, un'estensione della sua anima e della sua rabbia contro l'ingiustizia.
Jimi Hendrix aveva appena finito le sessioni di registrazione per “Electric Ladyland” e cercava un po' di relax, a 24 anni era esausto in un modo diverso, esausto dalle aspettative di essere sempre selvaggio, sempre rivoluzionario, sempre quello showman che distrugge la chitarra, era venuto a quella festa sperando di stare semplicemente in compagnia di musicisti che si interessassero alla musica, non allo spettacolo.
Non si erano mai incontrati prima, anche se si conoscevano di vista e frequentavano gli stessi ambienti della scena musicale newyorkese, Nina aveva ascoltato i dischi di Jimi e li aveva trovati interessanti, ma in fin dei conti troppo rumorosi, troppo caotici per i suoi gusti.
Jimi possedeva tutti gli album di Nina e la considerava una delle più grandi musiciste viventi, anche se non l'aveva mai detto a nessuno, non si addiceva alla sua immagine di chitarrista rock ammettere di aver studiato più pianisti che chitarristi, ma ciò che la maggior parte delle persone non sapeva, ciò di cui il mondo del rock non aveva la minima idea, era che Jimi crebbe suonando il pianoforte.
Zenora "Nora" Rose Moore (la nonna paterna) glielo insegnò da bambino a Seattle, Jimi non sapeva leggere bene la musica, ma gli bastava sentire una melodia una volta solamente per poi trovarla sui tasti, prima ancora di toccare una chitarra, aveva passato ore al pianoforte verticale di sua nonna, imparando da solo inni e progressioni blues.
Questo era un segreto che Jimi custodiva gelosamente, nel mondo dei virtuosi della chitarra rock, ammettere di suonare il pianoforte era quasi come ammettere una debolezza, la chitarra era ribellione, il pianoforte era ciò che i genitori ti obbligavano a imparare, quindi Jimi non ne faceva mai cenno, lasciando che tutti dessero per scontato che la chitarra fosse il suo unico strumento.
La festa verso mezzanotte stava per finire quando qualcuno suggerì a Nina di suonare qualcosa, c'era un vecchio pianoforte verticale in un angolo dell'appartamento, leggermente scordato, ma suonabile, Nina si sedette senza esitazione, non era mai stata timida riguardo al suo talento e suonò una versione struggente di "I loves you Porgy", le sue dita si muovevano sui tasti con l'autorevolezza di chi aveva studiato musica classica fin dall'età di 3 anni, nella stanza calò il silenzio, anche in un ambiente informale come un salotto, Nina Simone esigeva l'attenzione assoluta, quando finì, gli applausi furono reverenti.
Jimi, seduto sul pavimento vicino al pianoforte, era ipnotizzato, aveva sempre amato la musica di Nina, ma vederla suonare dal vivo, osservare le sue mani creare quel suono, era tutta un'altra cosa, "Suoni benissimo", disse Jimi a bassa voce, lei lo guardò dall'alto in basso, studiandolo e gli disse "Sei il chitarrista di cui tutti parlano, quello che suona con i denti."
"A volte", ammise Jimi un po' imbarazzato.
"Perché?" chiese Nina, e non era una curiosità amichevole, era una sfida, "Perché questi espedienti? Se sei bravo come dicono, perché hai bisogno di suonare con i denti o di dare fuoco alle cose?"
La tensione nella stanza salì alle stelle, tutti sapevano che Nina poteva essere intransigente, non aveva pazienza per quello che considerava uno spettacolo superficiale.
Jimi rifletté attentamente sulla sua risposta, “Perché il pubblico si aspetta qualcosa di visivo, il rock and roll è teatro tanto quanto musica, suonare con i denti non è musica, è lo spettacolo che ruota attorno alla musica.”
La voce di Nina diventò tagliente, “Quindi, ammetti che non si tratta di musica?”
"No, sto dicendo che la musica esiste sia che io suoni con le mani o con i denti, la tecnica è solo un modo di esprimerla, la musica è sempre lì, in sottofondo.”
Nina lo studiò per un momento, poi con un leggero sorriso che poteva essere beffardo, chiese: "Suoni il pianoforte?"
"Un po'... quando ero più giovane."
"Fammi vedere" e si alzò dallo sgabello, indicando il pianoforte, “Vediamo se davvero un chitarrista sa suonare un vero strumento.”
Nella stanza calò di nuovo il silenzio, ma questa volta carico di aspettative, tutti percepivano che stava per accadere qualcosa di interessante, sembrava una sfida.
La sacerdotessa del soul stava sfidando il rivoluzionario della chitarra.
Jimi esitò, "Non suono da anni, non ho la tua stessa formazione."
"Allora sarà divertente", disse Nina, con un tono di voce che lasciava intendere chiaramente di aspettarsi un suo fallimento, "Suona qualcosa, qualsiasi cosa, sentiamo come suona un vero showman senza i suoi trucchi."
Era uno scherzo, un modo per umiliare il giovane chitarrista, per dimostrare che la vera musicalità richiede una formazione classica e anni di dedizione, non solo amplificatori potenti e trucchi appariscenti, Nina credeva sinceramente che Jimi avrebbe suonato goffamente qualche accordo di base, che tutti avrebbero riso e la serata sarebbe proseguita.
Jimi si alzò lentamente e si diresse verso il pianoforte, si sedette sulla panca, ancora calda per la presenza di Nina, rimase a fissare i tasti per un lungo istante, con le mani sospese sopra di essi, nella stanza regnava un silenzio assoluto, venti o trenta persone lo osservavano, in attesa, poi Jimi iniziò a suonare, cominciò con qualcosa di semplice, una progressione blues in Do maggiore, niente di elaborato, ma il suo tocco sui tasti era delicato, consapevole, le sue dita non picchiavano sul pianoforte come farebbe un chitarrista, comprendeva la sottigliezza dello strumento, sapeva che il pianoforte richiedeva un tipo di forza diverso rispetto alla chitarra, non era uno che non aveva mai suonato prima, era qualcuno che conosceva lo strumento intimamente.
Poi passò a qualcosa che fece sussultare diverse persone nella stanza, stava suonando la “Sonata per pianoforte n. 14 in Do diesis minore, più comunemente nota come Sonata al chiaro di Luna” di Ludwig van Beethoven, il primo movimento, quello che ogni studente di pianoforte conosce, ma non tutti suonano con vera emozione.
La versione di Jimi non era tecnicamente perfetta, sbagliò qualche nota, inciampò leggermente in alcuni passaggi, la sua mano sinistra a volte si trovava mezzo tono fuori posto, ma ciò che lui apportava era qualcosa che Nina riconobbe immediatamente: l'anima, non suonava come in un recital di musica classica, con una rigida aderenza alla partitura, suonava come un blues, trovando la malinconia nella composizione di Beethoven, enfatizzando la nostalgia, rendendola struggente in un modo che sembrava personale piuttosto che accademico, la sua mano destra suonava la melodia con quel tipo di fraseggio che Nina usava nel suo modo di suonare, allungando certe note, accelerandone altre, creando enfasi emotiva attraverso il ritmo piuttosto che solo il volume, la sua mano sinistra aggiungeva note di basso che non erano nella partitura originale, accordi jazz, progressioni blues, accordi di Settima minore che facevano oscillare Beethoven in un modo che non avrebbe dovuto funzionare, ma in qualche modo funzionava.
Le persone nella sala si guardavano l'un l'altro con gli occhi spalancati, non era quello che qualcuno si aspettava, dove aveva imparato un chitarrista rock a suonare Beethoven? E non solo a suonarlo, ma a interpretarlo con tanta intelligenza emotiva.
Nina Simone, in piedi vicino alla finestra con le braccia incrociate in segno di difesa, sentì la gola stringersi, si aspettava di sentirsi giustificata quando Jimi Hendrix si sarebbe cimentato in alcuni semplici accordi di base, invece, stava ascoltando qualcosa che metteva in discussione tutto ciò che credeva di sapere sui musicisti rock, sui chitarristi e su chi meritasse di essere preso sul serio come pianista.
Quando Jimi finì il brano di Beethoven, non si fermò né alzò lo sguardo in cerca di approvazione, passò senza soluzione di continuità alla canzone di Nina, "I Put a Spell on You", ma la suonò come un assolo di pianoforte, niente voce, niente altri strumenti, l'aveva chiaramente imparata a orecchio, semplicemente ascoltando la sua registrazione, e gliela stava suonando, dimostrandole di aver compreso non solo le note, ma anche la struttura del suo arrangiamento, l'intenzione emotiva che stava dietro ad ogni sua scelta.
Le sue dita trovarono la stessa passione che Nina infondeva nelle sue registrazioni, non la stava copiando esattamente, la stava interpretando, traducendo il suo fraseggio vocale in linguaggio pianistico, quando Nina allungava una parola su più battute, Jimi teneva un accordo, quando Nina si arrabbiava, Jimi batteva i tasti più forte, le stava dimostrando che la ascoltava, la capiva, che rispettava ciò che faceva al punto da studiarlo a fondo.
La stanza era immobile, come incantata, nessuno si aspettava una cosa del genere, il chitarrista rock che suonava con i denti era seduto al pianoforte a suonare Beethoven & Nina Simone con più anima che tecnica, ma con abbastanza di entrambe da commuovere profondamente.
Gli occhi di Nina erano lucidi, non riusciva a credere a ciò che stava ascoltando, non era una trovata pubblicitaria, non era uno spettacolo, era un musicista, un vero musicista che comunicava attraverso uno strumento che lei aveva creduto non potesse comprendere.
Quando Jimi finì, con le mani appoggiate sui tasti, nessuno applaudì, il silenzio era troppo pesante, troppo carico di emozione, poi finalmente qualcuno iniziò a battere le mani lentamente e altri si unirono, ma sembrava quasi fuori luogo, come applaudire in chiesa.
Nina si avvicinò al pianoforte, Jimi la guardò, incerto sulla sua reazione, le lacrime le rigavano il viso,"Mi sbagliavo su di te.", disse Nina, con la voce rotta dall'emozione, "Pensavo che foste solo rumore e trovate pubblicitarie, pensavo che la chitarra elettrica fosse solo un modo per i giovani di urlare per evitare di confrontarsi con la vera musica, ma tu ci capisci... capisci davvero."
Jimi si alzò dicendo, “Miss Simone, sono cresciuto ascoltandola, tutto ciò che cerco di fare con la chitarra, l'ho imparato prima da pianisti come lei, il modo in cui fa le pause tra le frasi, il modo in cui crea tensione e la rilascia, è quello che cerco di fare con il feedback e la distorsione, è la stessa cosa, solo con un linguaggio differente."
E niente... anzi no, Jimi Hendrix nella sua breve seppur intensa parabola terrena, suonò anche strumenti a tastiera in diverse registrazioni, tra cui il pianoforte in "Are You Experienced?", "Spanish Castle Magic" e "Crosstown Traffic", ed il clavicembalo in "Bold as Love" e "Burning of the Midnight Lamp".