Partiamo dal presupposto che Marco Castello è un musicista, arrangiatore e compositore più che capace e talentuoso. Questa è una recensione immeritatamente dura per un disco che ha molteplici meriti e qualità che non vanno assolutamente sottovalutati

Castello è un furbo, o semplicemente fortunato.

È riuscito a centrare quello zeitgeist musicale richiesto da una certa fetta di ascoltatori italiani, quello spirito che era iniziato dai Nu Genea e che si è tramutato, non senza una certa ipocrisia, per una smania di rivisitazione di certe sonorità settantine a cavallo tra disco e funk con qualche spruzzatina di canzone melodica affinchè il sano campanilismo italico, sempre presente e mai sopito, riceva qualche vezzosa adulazione. E dopo una carriera nel jazz e nella musica sperimentale, Castello ha deciso di abbracciare in pieno questa tendenza.

Il disco non è affatto brutto. È talmente cristallino nella sua totale mancanza di sincerità che si può apprezzare per quello che è, senza troppe pretese. Si tratta di un riferimento calligrafico al sound tardo-settantino di Pino Daniele, Tony Esposito e Alan Sorrenti, convenientemente pulito, impacchettato e tik-tokizzato per l'audience a cui mira. L'esercizio stilistico è quasi pedante nelle proprie caratteristiche: batteria mutata fino a farla quasi suonare di cartone, wurlitzer lievemente saturato, stacchi sincopati insieme alla sezione fiati, qualche innocua spruzzata di synth (minchia frate il calore dell'analoggico!!), pezzi basati su qualche hook melodico o ritmico.

Gli ingredienti ci sono tutti, la ricetta è quella comprovata, le bocche da sfamare sono quelle giuste. Castello aveva un lavoro da svolgere e ha perfettamente adempiuto ai propri doveri. Peccato che, nel farlo, ha creato un prodotto tanto patinato quanto privo di ogni reale energia sottostante. I pezzi sono molto ben fatti e chiaramente c'è un ottimo lavoro di arrangiamento dietro, ma non sembra esserci differenza tra un secondo prima che inizino e un secondo dopo che finiscano.

I testi sono accettabili al loro meglio, imbarazzanti al loro peggio. Castello fa un uso del turpiloquio da liceale che ha appena scoperto che mettere le parolacce nelle poesie le rende maledettamente sincere. Se non fosse che, come già appurato in precedenza, la sincerità non è una delle prerogative di Castello in questo momento. Unica voce fuori dal coro: Melo, il pezzo di chiusura (da un piglio quasi Battiatesco), sola oasi di spontaneità in un deserto di pose.

La musica di Pezzi della Sera non è fatta male o inascoltabile: il suo principale peccato risiede nell'essere concepita, nata e cresciuta come prodotto, come vibe senza troppa sostanza a spaventarci.

E, prima che mi si tacci di snobismo: sono sempre stato un fan delle rivisitazioni di linguaggi musicali passati. La condizione è che questo avvenga per sincera ricerca artistica e non solo per approfittare di uno sconto sulla formaldeide. Sono deluso, ma non sorpreso.

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