Un film, con antenati certo più illustri come La grande guerra, Mediterraneo o I due nemici, che quasi non vuole farsi prendere sul serio, che parte lento e man mano che le sorti d'una guerra d'invasione si capovolgono, ai tedeschi l'Europa, a noi l'Africa e il Mediterraneo si diceva nei giorni belli, si tramuta in qualcos'altro, ma sempre procedendo a strappi, di comunque più sentito e compassionevole, anche se intriso di parodistica ferocia, pinzillacchere e fuochi d'artificio.

Libia 1940, lo scatolone di sabbia che strappammo ai turchi con una guerra lampo nel 1911, ci viene restituito con gli interessi dai sudditi della perfida Albione che, mai domi, se una cosa la fanno, la fanno sul serio, sino alla fine, "Rimmel" compreso e con buona pace di Mario Appelius. Viareggino d'adozione come lo scrittore Tobino, suo il Deserto della Libia a cui la pellicola è ispirata, si rimette in circolo superati i novanta ed a pochi anni dalla tragica fine, concedendosi ancora in vita libertà rivoluzionarie che incisero non poco negli animi di chi gli volle bene.

Attori sopra le righe od evanescenti, regia piatta ed approssimativa, dialoghi di una pochezza infinita ed una colonna sonora che ancora grida vendetta uniti alla triste certezza di chi scrive che di fronte a guerre e sofferenza non si debba mai far commedia o parodia, non scalfiscono comunque la voglia ed il quasi desiderio di visione per questo film del crepuscolo, quasi un arrivederci sentito a questo personaggio d'antan, autore di almeno tre o quattro capolavori che in Libia, come d'altronde Tobino, c'era stato davvero.

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