Il recupero di temi e armonie della tradizione folkloristica slava, contestualizzati con la musica classica mitteleuropea, è sempre stato una costante di molti compositori celebri, da Haydn a Brahms, da Bartok fino all'espressionista Russo Stravinsky.
Ma quando Ravel nel 1924 riprese un rapsodia ungherese del secolo precedente per renderla propria, lo fece con un'eleganza ed una raffinatezza timbrica senza precedenti. Egli stesso citava la sua brillante cmposizione tzigana come "un pezzo virtuosistico nello stile di una rapsodia ungherese". Ma per un ascoltatore attento e appassionato questo gioiello di 11 minuti circa rappresenta molto di più.
Incentrata sulle funamboliche passeggiate di un violino a metà tra la romanza zingara e i maestosi virtuosismi di Paganini, la composizione fu prima presentata dal francese in una versione per pianoforte luthèal* e violino, e poi qualche mese dopo resa più imponente dalla trasposizione per violino e orchestra, alla quale io mi riferisco.I primi 4 minuti e mezzo sono caratterizzati dal violino solo, che sembra disegnare nell'aria delle linee irregolari e mutevoli, di incredibile passione e difficoltà, fortemente influenzate dalle armonie tradizinali dei balcani. Qui si fondono arcate quasi sussurrate, ripide salite che sconfinano ai limiti dell'estensione dello strumento, arpeggi virtuosi in pizzicato e, struggente, il silenzio. Proprio gli stacchi tra silenzio, scale, sussurri in cui si percepisce addirittura l'attrito tra i crini dell'archetto e le corde, vanno a costituire un incipit di grande impatto emotivo per l'ascoltatore. Siamo in presenza dell'intimità dell'esecutore solista, poco prima che esploda il diluvio timbrico di tutta l'orchestra, tipicamente ravelliano. E così, quando l'ennesimo trillo sembra spegnersi in sottofondo, viene invece innalzato da dei delicati arpeggi di celesta e arpa, fino ad un vortice inquietante che si calma temporaneamente in un ostinato, per poi librarsi di nuovo. Da qui in avanti è un susseguirsi di vorticose intuizioni armoniche e sussurri di violino, nei quali Ravel si diverte e citare con una personalità unica Paganini, Haydn, Liszt e se stesso.
La particolarità della composizione sta soprattutto nell'assoluta imprevidibilità ritmica e timbrica, che disorienta e lascia di stucco, come se si stesse assistendo ai deliri di uno schizofrenico. Ed anche la chiusa della rapsodìa rimane fedele a queste caratteristiche, rappresentando la fine di un vortice sonoro di pregevole fattura e di grande difficoltà sia tecnica che interpretativa, a mio parere uno dei massimi picchi del compositore francese. Due interpretazioni famose sono quelle che vedono come solisti Itzhak Perlman e Joshua Bell. Io per descrivervi il pezzo mi sono basato sul secondo musicista, che sfodera una prestazione veramente sublime, mentre sul primo non posso parlamentare.
Tutti devono conoscere questa dichiarazione di pazzo amore per il violino e per la musica, tutti devono subire la personalità di questo geniale autore, tutti devono essere trasportati dalla sua poesia in lingua musicale ungherese.
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