Copertina di Metric Live It Out
Bisius

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Per appassionati di rock alternativo ed elettronica, fan dei metric e ascoltatori interessati all'evoluzione musicale delle band indie
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LA RECENSIONE

Si sa che la musica è fatta di passione, amore, talvolta rabbia, odio. Ma spesso, questi sentimenti risultano essere incompleti per la realizzazione di lavori maturi e consapevoli. Sovente quello che dà il tocco in più, quello che riesce a fare la differenza, quello che spinge un gruppo verso il successo e la fama, è il giudizio. La puntigliosità. In questo caso, anche la metrica. Elementi che ogni buon musicista deve assolutamente tenere in considerazione: elementi, se vogliamo, contrapposti alla genuinità, alla freschezza sonora, alla dannazione di anima, corpo e mente per la realizzazione di un progetto. Eppure, elementi che differenziano la band principiante (all'esordio discografico o con un paio di dischi non bene accolti alle spalle) dalla band un po' più esperta, che unisce la voglia di fare ad un po' di maniera.

I Metric possono essere un ottimo esempio di base. Un quartetto canadese (capitanato dalla bella cantante, la bionda Emily Haines) che mette in guardia gli ascoltatori novelli già dal nome: qui in mezzo, fra schitarrate e campionamenti elettronici, c'è spazio anche per la rigorosità geometrica, il notevole abbassamento del margine di errore, la meticolosità snervante. Ma non fraintendiamoci: niente di complesso, niente di intricato, nemmeno l'ombra di ritmi sincopati che cambiano direzione ogni due secondi: qui la stratificazione non trova posto, la semplicità fa da padrona, ma è una semplicità quasi aliena, privata di errori ed imperfezioni fino a dove l'intervento umano può cancellare errori ed imperfezioni. E già questo si era potuto intuire nel disco d'esordio "Old World Underground, Where Are You Now?" targato 2003: un bel rock che strizzava l'occhio al pop alternativo, allo ska e all'elettronica, contaminazioni mai eccessive e sempre ben proporzionate fra loro, senza squilibri. La critica aveva fatto presto ad esaltarli: gran bel lavoro, grande consapevolezza, tutto in grande insomma. E, senza esagerare, quel disco era stato veramente un ottimo lavoro, nulla di particolarmente innovativo o eccitante, ma pur sempre un esordio niente male.

Nel 2006 i canadesi decidono di pubblicare il loro secondo lavoro, intitolato "Live It Out". La copertina lascia un po' perplessi gli affezionati del gruppo: se nel lavoro precedente la testa di Emily risultava essere in primo piano, bella ed enigmatica, ora la cantante (o meglio, il suo capo) appare inclinata, in mezzo ad un mare nero (sangue?). E' palese dunque che la curiosità si fa sotto prepotentemente: ci si aspetterebbe quantomeno una maturazione sonora, o comunque l'esplorazione di nuovi territori musicali, elementi dettati dal nuovo artwork. E invece no: il secondo capitolo della saga si mantiene ben radicato sulle sonorità già incontrate in "Old World Underground". Quello che invece lascia un po' l'amaro in bocca è l'aspetto riguardante i testi. Ma andiamo con ordine ed analizziamo una per una le canzoni presenti.

Il lavoro si apre con "Empty", traccia dal sapore rockeggiante che si apre con un bellissimo giro di chitarra seguito dalla voce graffiante di Emily e da spiccati campionamenti elettronici. Ancora una volta permea un senso di apatica perfezione: la canzone suona decisamente bene (chi avrebbe mai il coraggio di premere il pulsante stop durante la sua esecuzione?), ma le parti sonore sembrano decisamente, in qualche modo, decise a tavolino, egualmente ripartite in modo esagerato. "Glass Ceiling" cerca in qualche modo di ammorbidire la glaciale puntigliosità dettata da "Empty": qui i riff si sentono più liberi e personali, senza obblighi schematici, la voce di Emily che ricorda -piacevolmente. ..non sia mai... - i tempi migliori dei Broken Social Scene. Si arriva alla provocatoria "Hand$hake$": riff aspri, accompagnati da aggressivi vocalizzi della Haines ed inserimenti, un po' a sorpresa, di parti elettroniche. Quello che in realtà sorprende di questa canzone non è tanto l'aspetto musicale, bensì l'atteggiamento della band nei confronti del pezzo: la perfezione sembra annichilita, i riff sono sporchi e disordinati, nulla segue un preciso schema.

Ma come dice il saggio: "L'eccezione non fa la regola". Ed infatti, con la canzone numero quattro ("Too Little Too Late"), si ritorna ad un'impostatura ben oliata e predefinita, che permette di incastrare perfettamente tutti gli elementi della canzone fra di loro (il giro di basso strisciante che apre la composizione, le tastiere in sottofondo, la cantante in primo piano). E questa volta, si raggiunge una buona armonia: la canzone non risulta eccessivamente meccanica, attira come non mai gli ascoltatori -come il miele attira le api- e, nel suo incedere, convince alla grande. "Poster Of A Girl" è il ritratto perfetto del disco: un ritratto dove tutto è magnifico, tutto è brillante, tutto combacia. Ma, differentemente da "Too Little Too Late", questa volta la manovra del gruppo è leggermente più macchinosa. La chitarra fatica ad imporsi su un brano decisamente pop, impregnato di scariche elettroniche, e la Haines accusa qualche incertezza, fra sussurri e stacchi improvvisi, nella prosecuzione della traccia. Insomma: brillante in superficie, ma scricchiolante alle fondamenta.

Il sesto pezzo, "Monster Hospital", scelto dalla band come primo singolo ufficiale, si apre con una chitarra distorta, per poi incedere, con una certa inquietudine (che riporta fedelmente il video, in rotazione su Flux) con rapidi inserimenti elettronici, fino a sfociare nel ritornello contagioso ("I fought the war, I fought the war, I fought the war but the war won!"), di quelli che non ti escono dal cranio nemmeno a cannonate. Senza alcun dubbio il migliore del disco: le chitarre in sottofondo danno alla canzone un tono aggressivo ed allo stesso tempo provocatorio. Ed ecco il ritratto dell'ascoltatore medio, cuffie alle orecchie e sguardo attento, fino a questo momento nell'ascoltare il disco: galvanizzato, incapace di rimanere fermo sulla sedia, distratto mentre si canticchia sottovoce tutti i ritornelli delle tracce precedenti. Mi raccomando, se comprerete questo disco, cercate di rimanere il più distaccati possibile, impresa ardua ma non proibitiva, perchè dalla settima composizione in poi la faccenda si fa... quantomeno critica. Mentre un inserimento elettronico chiude "Monster Hospital", ecco partire le prime note di "Patriarch On A Vespa", che senza alcuna esitazione possiamo definire la più brutta canzone dell'intero album. Tutto è già stato sentito, tutto è già stato detto: lo schema tipico dei Metric inizio-strofa-ritornello-strofa-ritornello-intermezzo-ritornello-ritornello non riesce a scalfire nemmeno un minimo di entusiasmo, la chitarra sembra quasi slavata, le tastiere sono troppo invadenti -per quanto riguarda il volume-; e come se non bastasse il testo è di una banalità decisamente sconcertante.

Lo shock è decisamente potente: a lenire -parzialmente- il nostro turbamento arriva in soccorso "The Police And The Private", gradevole pezzo che sa di Ok Go, con l'inserimento di un'incredibile base funk, molto ritmata, supportata da una voce vulnerabile e contemporaneamente sexy e da sporadici inserimenti elettronici. Dopo la trascurabilissima ed incolore "Ending Start", si arriva ad un altro bel pezzo, l'omonimo "Live It Out": qui i Metric si cimentano addirittura con un crescendo quasi epilettico, in stile Blondie, eliminando i synth elettronici per lasciare posto a genuini riff e parti vocali decise ed aggressive. Ma, purtroppo, questo disco non segue la regola del dulcis in fundo: l'undicesimo ed ultimo pezzo, infatti, ha un titolo fuorviante e quantomeno banale ("Dead Rock'n'Roll"). Forse, però, i canadesi avevano un po' di ragione dalla loro: con questo pezzo infatti ammazzano letteralmente tutto ciò che di buono avevano fatto nel disco, facendo scendere di una tacca la valutazione finale sul lavoro complessivo, e facendo comparire una bella smorfia di delusione sul visetto dell'ascoltatore. Trattasi nient'altro di un'irritante traccia dalle contaminazioni house (brrr), priva praticamente di qualsiasi intervento delle chitarre: ma quello che fa più temere è la scomparsa repentina della freschezza sonora e della perfezione delle prime canzoni, considerando anche il fatto che questa traccia non era la numero venti, o la numero sedici, o la numero quattordici, ma la numero undici, e questo fa ipotizzare (speriamo di no) un progressivo declino del gruppo.

Per concludere: molti aspetti positivi, fra i quali la sintonia del gruppo, la perfezione non troppo rigida di alcune canzoni, l'eccellenza compositiva e sonora delle prime sei tracce. Fra gli aspetti negativi, ahimè, figurano la scarsa inventiva, nonchè bellezza, degli ultimi pezzi, l'eccessiva puntigliosità in alcune canzoni, la scomparsa di freschezza nelle parti conclusive, i testi in gran maggioranza o banali o, nella migliore delle ipotesi, buoni ma già sentiti.

Sicuramente un passo indietro rispetto all'esordio di tre anni fa.

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Riassunto del Bot

La recensione valuta l'album Live It Out dei Metric come un lavoro tecnicamente preciso e ben prodotto, soprattutto nelle prime tracce. Tuttavia, evidenzia una perdita di freschezza e originalità nel prosieguo, con testi spesso banali e una percezione di stagnazione artistica. Alcune canzoni si distinguono per energia e aggressività, ma la presenza di brani meno riusciti pesa sul giudizio complessivo, che appare inferiore rispetto all'esordio della band.

Tracce testi video

Metric

Metric sono una band indie rock canadese formata nel 1998 e guidata da Emily Haines (voce, tastiere) e James Shaw (chitarra). La formazione si completa con Joshua Winstead (basso) e Joules Scott‑Key (batteria). Con dischi come Old World Underground, Live It Out e Fantasies hanno unito chitarre, synth e melodie new wave.
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