Da piccolo, idealizzando la figura di Peter Pan, ho sempre avuto un debole per l'arte di Michael Jackson. Il vederlo ballare, scomparire tra le stelle cadenti dai suoi guanti luccicanti, il vederlo cantare con rabbia e con grinta, beh... Mi affascinavano. "Moonwalker" era un classico da ballare per romperci le gambe, io e la mia amica. Ma poi, crescendo, ho iniziato ad apprezzarlo sempre meno, sempre meno. Ma non per la sua vita privata e sessuale, no. Ma per quel suo conformizzarsi, musicalmente parlando, alla sua stessa musica, divendendo vittima di sè stesso. Poi, che volesse o meno dare adito alle voci sulle sue presunte "manie", beh, quello è un altro paio di maniche: rientra nel marketing.
Blood on the dancefloor fa parte della parabola discendente di un ragazzo multicolore e multiforme, senza un'identità sua o con forse un carattere troppo fragile. Un ragazzo che ha fatto del patetismo, ultimamente, la sua ragione di vita. Quest'album ha un unico aggettivo per essere definito: inutile. Volendo anche patetico. E perchè no, PACCHIANO.
Non una tracca, dico, UNA, si salva: la title track è davvero scialba, e i successivi 4 brani richiedono un grande sacrificio, da parte dell'ascoltatore, per essere digeriti: un mix di techno-pop-dance obbrobrioso. Forse il migliore (tra i peggiori) è "Is it scary". Poi il buio. Il nulla. La dimenticanza.
Il resto del cd, infatti, e dico sul serio, dalla traccia 6 in poi, è basato su vari remix di successi più o meno recenti del cantante di Gary. Naturalmente, i suddetti remix farebbero un figurone nelle discoteche tamarre delle peggiori borgate. Ce n'è per tutti i gusti: si va da "Scream" alla originariamente bella "Earth song" sino ad arrivare addirittura all'ultimo più grande successo, "You are not alone". Che perde tutta la sua melodia e la sua dolcezza per fare spazio a campionamenti elettronici di primordine. Eh si, un gran lavoro.
Mi piacerebbe dire "sbiadito", sarebbe un complimento. Invece è proprio buio, nero, come il colore naturale di Michael, come il colore che lui ha rinnegato ma che osa difendere in pubblico, come il colore di artisti immortali del calibro di Ray Charles e di James Brown. Come il colore di chi ha una voce potente come Aretha Franklin.
Michael, da piccolo, aveva una gran bella voce da "nero", che prometteva molto bene. A distanza di anni l'intonazione è rimasta, ma la voce no.
Insomma, il colore nero condiziona il presente e il recente passato di Jackson. Avesse avuto la pelle scura, a quest'ora avrebbe sicuramente brillato di più nel buio che lo circonda.