Il dono della sintesi. Questo Safari ebbene sì, è un rituale, un canto di Maldoror travestito da post-punk che impugna un coltello, ma con una lama rotta, che ride mentre ti sfiora la gola. Una lama che riapparirà. Sorride solo Lui però. Il rituale. E ti invita a seguirlo più a fondo, sempre più a fondo.

Deeper and deeper and Deeper.

Incrociai questo album per caso ad una Festa, più rumorosa del solito, una bellissima ragazza di nome Lara era un dj improvvisato, una fantastica rockeuse evocatrice di suoni che sembravano provenire da lontane ed oscure galassie. Io come sempre ero rapito, mentre tutti danzavano come posseduti da un ego finalmente senza quei freni, immobile la osservavo al buio e notai che stava aprendo quel vinile, raffigurante quella ragazza di colore e quel vestito di bianche piume.

La scaletta marziana era Shadow Pay a Visit; You! You! E poi il tripudio finale di Show Time. In pista qualche ragazza si svestì anche, presa dal caldo o da Altro, ricordo. Un turbine di ombre e febbre elettriche si sollevò, come se Minimal Man avesse inciso su vinile il rantolo di un'anima morente sullo sfondo della risata sfacciata di un dio crudele. In un deserto di specchi dove il viandante danzante assisteva al lento e graduale disfacimento ed alla polverizzazione del suo bel faccino riflesso. Sotto quel cocente Sole Nero. Il dono della sintesi. E con questa frase dopo aver volutamente allontanato il 95% della popolazione terrestre, torniamo ad occuparci di quel 5% di simpatici sopravvissuti.

Safari di Minimal Man si presenta low profile all'uscio della vostra porta, un sorriso di rassicurante ambiguità, scappato da qualche fotogramma del Funny Games di Haneke. The Album next door con quella copertina densa di mistero, ma diffidate. Come un organismo sonoro e sinuoso, nervoso e febbrile, si intrufolerà ed adagerà nel vostro salotto richiedendo solo un po' di gioviale ospitalità, e ben celando da subito quel lato oscuro. Diffidate di voi stessi. Di quella comfort zone. Quel punto di intersezione tra la brutalità espressionista dell’industrial californiano e la malinconia vim clorex del post punk europeo, quell'attrito tra lamiere pulsanti e background viscerali, quelle della scuola di San Francisco – quella che orbitava attorno ai Tuxedomoon, ai Factrix, ai Residents più obliqui – e le pulsioni più feroci della no wave newyorkese, con Mark Pauline che scolpisce linee vocali come fossero lamiere piegate ( That's Where the Sin Is è uno dei brani post punk più belli che abbia mai ascoltato). Siderurgia clandestina mentre i synth oscillano tra l’austerità di un Suicide in ralenti e la paranoia sintetica dei Chrome. Quella produzione, volutamente scabra, richiama l’estetica DIY delle prime uscite Ralph Records, ma con un taglio più abrasivo, quasi proto EBM, dove le drum machine martellano instancabili ormai deformi carrozzerie – Shadow Pay A Visit – e le chitarre, spesso minimizzzate ad un rumore bianco, evocano tanto la dissonanza di Glenn Branca quanto il minimalismo ossessivo dei Cabaret Voltaire.

Lento, mi avvicinai a Lara. Ero Ombra tra le ombre. Ritrovavo. Riconoscevo, nell'oscurità, quella sofferenza. Quel tratto di quella lama, rotta, visibile e conficcata nel suo petto. Il suo rossetto rosso era il sole di quella sala, lei era inevitabilmente persa nella sua musica. Nei suoi capelli biondi il bagliore di quel sole che ha conosciuto la follia degli angeli e la crudeltà dei deserti. Anche le anime condannate possono ancora brillare, e la bellezza, quando sceglie un volto, lo trasforma in destino.

- What's Not There – Lei all'improvviso mi fissa negli occhi dalla console, e sorridendo mi canta Show Time .

[Chorus]
Show time!
Show time!
She whispers
Show time!

Bubbles when the undress
And the sound rushed to the vein
Now she was
Out at the undress
She had nothing on underneath
[Chorus]
Show time!
Show time!

Danzanti o tremanti come in un carnevale infestato da una tempesta di sabbia, Safari è la colonna sonora di questa perdizione. Diffidate prima di voi stessi, delle vostre certezze. Innafiate dubbi. That’s Where the Sin Is vi sussurrerà allora con la voce di un serpente che conosce il sapore del primo peccato. In questa personale estensione musicale del sistema nervoso di Patrick Miller, leader dei Minimal Man, siamo nella linea di confine, post punk che sfiora la minimal wave e lambisce la darkwave. Ambiguità che riflette la figura di Miller stesso, artista marginale, autodistruttivo, segnato da un uso pesante di droghe e da una biografia che si concluderà tragicamente con la morte per complicazioni legate all’epatite C nel 2003; ma proprio questa marginalità gli permetterà di costruire un linguaggio autentico, lontano da mode, tendenze, tanto dal goth più teatrale quanto dal puro rumore industriale. Malato ma Vero.

E come dimenticare l'ultimo sorriso di Lara, io che nella coglionaggine del momento, al termine del party la ringrazio soltanto di avermi fatto conoscere questo artista. Il Dono della Sintesi. I suoi capelli biondi e fluenti invece uscire per sempre dalla scena, lei abbracciata con una sua amica, allontanarsi sempre di più, diventare solo un tratto...lieve, un punto. Show Time.

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