Ecco qua l'ultima fatica di Isaac Brock e soci. Questo "We were dead...", oltre a continuare la serie di album con titoli bellissimi, è il successore del controverso Good News For People Who Love Bad News, ovvero di quello che per molti (non per me) è stato l'album della definitiva svolta pop (tipo la svolta rock di Mango ma più easy-listening), nonchè del definitivo sputtanamento presso il pubblico indie. L'album prosegue direttamente nel solco tracciato dal precedente, ma allo stesso tempo si riappropria di molte cose dei lavori maggiori "The Lonesome Crowded West" e "The Moon & Antarctica". Un album che è Modest Mouse fino al midollo, con melodie pazzoidi, chitarre angolari e la solita meravigliosa voce di Brock, che timbra la sua miglior performance ed entra di diritto nella hall of fame delle migliori voci rock nasali&sgraziate, assieme a Tom Verlaine, Byrne, Gordon Gano e Frank Black.
Lo sbandierato ex Smiths Johnny Marr fa il suo lavoro egregiamente e l'alchimia col gruppo è ottima.
Si parte con March into the sea ed è un gran inizio, fra organetti e scampanellii l'atmosfera è subito da "nave dei folli"... ottima introduzione per il singolo Dashboard, forse un po' troppo sempliciotto, ma dannatamente appiccicoso. Fire it up rallenta il ritmo ed è piuttosto ipnotica e avvolgente, tutta giocata sul feedback della chitarrona. La produzione è cristallina, cosa che farà storcere il naso a qualche snobbettino; ma mai piatta, sempre brillante e precisa: ci terrei a precisare che anche se negli ultimi due album i MM si sono in qualche modo "fatti passare la sbronza", siamo comunque mille miglia lontani dalla roba media che passa su mtv. Parting of the sensory è uno dei pezzi forti; parte lenta e lentamente sfocia in una bellissima coda flamencata. E' uno di quei pezzi che fa intuire quanto la band sia ora finalmente sicura e padrona dei propri mezzi: se può aver perso qualcosa in termini di genuinità e urgenza ha sicuramente guadagnato tantissimo in capacità di sfruttare al massimo i geniali spunti, che magari in passato sarebbero stati buttati lì senza troppa cura. Fra gli altri picchi Missed The Boat, Little Motel e People As Places As People, ma in realtà la cosa che salta subito alle orecchie è come stavolta, a differenza che negli album precedenti, la qualità rimanga costante fino alla fine, senza quei pezzi riempitivo (a parte, forse, We've Got Everything) che altrove non mancavano mai.
L'unica pecca forse è l'eccessiva lunghezza, 62 minuti, ma di fronte a cotanta imprevedibilità non ci si stanca facilmente. Probabilmente uno dei miei album dell'anno.
"Dashboard ti ribalta dalla sedia col suo basso funky da paura."
"Un disco assolutamente indispensabile per chi ama la spontaneità, l'originalità e la freschezza."