E finalmente venne il giorno in cui riuscii a recuperare la password di Amazon Prime ed attivare il periodo di prova gratuito di Qello Concerts.

Avevo la recensione pronta da tempo, ma sentivo che dovevo prima vedere l’intero concerto per capire se avevo colto nel segno o meno; nella mia mente le poche immagini della performance reperibili su Youtube erano più presenti della musica e questo, per uno che abitualmente ama ascoltare ad occhi chiusi, è un chiaro segnale della soverchia dei fotogrammi sulle note.

Il fatto è, che il prodotto oggetto della recensione è un pacchetto – pubblicato nel 2012 - che comprende 2 vinili, 1 CD e 1 DVD il tutto alla “modica” somma di, minimo, 100 €, il che mi ha tenuto lontano dall’acquisto, almeno fino ad oggi … Inoltre, se il materiale musicale è facilmente reperibile sulle diverse piattaforme di streaming, il film del concerto è visibile solo sulla citata Qello Concerts.

Quindi, sabato dopo pranzo, fiaccato dall’ignobile tentativo di riprendere con il tennis (interrotto causa COVID), sono pronto: download & play di “Checkerboard Lounge – Live Chicago 1981” di Muddy Waters & The Rolling Stones”.

In verità, fin dall’inizio è chiaro che la vicenda non riguarda solo “The Father Of Modern Chicago Blues” e gli “Stones”: i primi due brani, infatti, sono cantati da Lovie Lee, tastierista dalla band di supporto di cui fa parte. Segue il classico intro con presentazione roboante di rito ed ecco salire sul palco Waters che, dopo i saluti e breve discorso, attacca con “You Don’t Have To Go”; inizia la magia della voce e della chitarra di un uomo che è il Blues. A seguire una versione di oltre 10 minuti di “Country Boy” con un lavoro con il bottleneck da urlo: Muddy chiama e la chitarra risponde. A condire il tutto, i sorrisi di autocompiacimento del grande vecchio.

Che poi, palco è una parola grossa … L’atmosfera è quella tipica dei locali del Chitlin' Circuit, anche se il Checkerboard esiste solo dal 1972. Lo spazio per le esibizioni, poco più grande di un fazzoletto, di circa 20 cm più alto rispetto al pavimento è già gremito dai 6 membri della crew con, al centro della scena, lui, Muddy Waters, leggenda ancora vivente del Blues (morirà due anni dopo), una figura ieratica che trasfigura la sedia su cui è seduto in trono e la chitarra in scettro.

La band è composta per 5/6 da gente di colore, unica eccezione uno spilungone biondo con baffi da cowboy alla chitarra (Rick Kreher) che, chissà perché, non compare nei crediti nonostante il bel assolo in “Country Boy”. Alla batteria, l’uomo più nero che abbia mai visto in vita mia (Ray Allison) serra le mascelle digrignando i denti e rendendo, così, evidente come si siano “caricati” prima di suonare. Completano l’affiatato insieme John Primer, anche lui alla chitarra, Earnest Johnson al basso e George “Mojo” Buford all’armonica o meglio, alle armoniche visto che nella bandoliera che indossa trovano posto vari strumenti per le diverse accordature, oltre alla classica richter.

Già, la gente di colore e quello che ne hanno fatto i bianchi nel loro cliché: I want to be black/Have natural rhythm/Shoot twenty feet of jism, too (Lou Reed – “I Wanna Be Black”). Da sempre il ritmo nel sangue e la potenza eiaculatoria dei neri riempiono l’immaginario dei bianchi. Ma, sia come sia, certo è che il 17 ottobre 1961, al binario 2 della stazione ferroviaria di Dartford, una cittadina a circa 50 chilometri a sud-est di Londra, gli “spruzzi” di Muddy Waters, dopo aver attraversato l’Atlantico, si sono trasmutati in alcuni vinili sottobraccio a Mick Jagger quando rincontrò, dopo anni, Keith Richards che aveva con sé la sua inseparabile chitarra. Di lì a poco sarebbero nati i Rolling Stones.

Nel 1981 sono la Rock band più famosa del mondo e, durante il tour promozionale di “Tattoo You”, il 22 novembre si trovano a Chicago per una serata libera. Dal 1971 ogni loro nuovo lavoro è andato al primo posto nelle classifiche. Riempiono gli stadi di tutto il mondo. Sono milionari. Frequentano il jet set ed i migliori posti da questi frequentati. Eppure, sulle prime note di “Baby Please Don’t Go”, quando la scena si sposta all’esterno del club, vedi Mick e Keith (con Ronnie Wood, Ian Stewart, accoliti vari e groupies) scendere da una limousine e farsi largo tra la gente per entrare al Checkerboard Lounge Blues Club, Chicago -Southside Chicago, 423 E. 43rd St, concettualmente anni luce dallo “Studio 54” di New York dove sono tra i “padroni” del privé.

La cricca di “visi pallidi”, smessi i cappotti ed i giacconi, si accomoda ai primi posti delle lunghe tavolate sistemate sotto il palco e che accolgono il fortunato pubblico. È già evidente dall’abbigliamento la distanza tra i bluesmen ed i rockers: i primi con impeccabili abiti sartoriali, per i secondi parla la tuta Ellesse in acetato di Mick (ma il paltò, ahahah il paltò!). Abiti a parte, ora inizia veramente lo spettacolo: un paio di magnum di whisky viaggiano sopra le teste degli astanti e la prima, a ragion veduta, giunge nelle mani di Keith, che armeggiando come un teppistello di Brixton con la lama estratta dalle proprie tasche, la apre e gli si attacca al collo tracannando con gusto un paio di sorsate manco fosse acqua fresca.

Muddy chiama sul palco Mick e poi Keith, e poi Ronnie e, BOOM!! Magia: Waters sembra riportare Jagger indietro di almeno 15 anni, prima che le platee di tutto il mondo gli chiedessero di amplificare il suo già smisurato ego. Smessi i panni del “vanitoso” che ha fatto volare il suo Lear fino alla Nuova Scozia per vedere l'eclissi totale di sole (Carly Simon – You’re So Vain), torna il ragazzo della stazione di Dartford, un fan del Blues e di Waters come tanti, ma che ha la possibilità, unica e irripetibile, di condividere il palco con il suo idolo. Anche se gli brillano gli occhi e scalpita, Mick aspetta ogni santa volta che sia il padrone di casa a dargli il via per cantare le sue strofe e, sicuramente, non è per questo che lo si ricorderà in questa circostanza.

Del resto Muddy, con tutto il bene che gli vuole, sa che non ha sofferto abbastanza per cantare il Blues del delta con la stessa anima che ci mette lui. Però, vederlo muovere nel metro quadro a disposizione con i suoi passetti tipici è uno spettacolo. Non è nei Chitlin' che ha imparato ma nei piccoli club di Londra con spazi altrettanto angusti. Nella sua autobiografia, Richards ricorda: “Gli spazi erano piccoli, il che andava bene a tutti, ma si adattavano meglio a Mick. Le sue qualità di frontman erano già evidenti in questi piccoli locali, dove c'era a malapena lo spazio per far dondolare un gatto per la coda ... Date a Jagger un palco grande quanto un tavolo e lui potrà muoversi meglio di chiunque altro, tranne forse James Brown”.

Comunque la band continua a suonare e potete immaginare il livello! Dopo “Baby Please Don’t Go”, si continua con “Hoochie Coochie Man”. Quindi, dopo averlo usato magistralmente sulla sua Telecaster rosso ruggine usurata dalle intemperie per “Country Boy”, Muddy ritira fuori dal taschino del gilet il suo personalissimo bottleneck e chiama Keith, questi si schermisce e indica Ronnie, lui è più bravo di me con l’arnese: partono le prime note incerte di “Long Distance Call” ma Ron si riprende subito e quello che segue non è affatto male per un bianco. A concludere il primo momento di Muddy, un’altra infinita jam per “Mannish Boy”, e qui Mick da fondo alle sue doti di showman ma anche di cantante Blues (dalla lettera di Keith a sua zia dopo il fatidico incontro del 1961: “Lui ha tutti i dischi di Chuck Berry e anche i suoi amici li hanno, sono tutti fan del rhythm and blues, intendo dire il vero R&B … Oltre a questo, Mick è il più grande cantante rhythm and blues di questo lato dell’Atlantico e non intendo dire forse, è proprio così).

Nel frattempo, chiamate a gran voce da Waters, come in una saga di paese hanno preso posto su quel microscopico palco leggende del Blues quali Buddy Guy (padrone di casa in quanto gestore del club), Junior Wells, Lefty Dizz ... Gli occhi di Keith, tra lo spiritato e l’ammaliato, si posano sulla figura del suo idolo Buddy con espressione carezzevole mentre questi si esibisce in un assolo dei suoi nel corso di un’altra infinita jam su “Next Time You See Me”. Ronnie sembra un ragazzino agli esami del liceo, in preda ad un tic agli occhi è tutto intento ad eseguire scale blues senza strafare; poi beve un bicchierone di bourbon e comincia a sciogliersi. Ad un certo punto, ci sono più Telecaster e Stratocaster sul palco che al Ray’s Music shop! I brani si susseguono, e mentre il vecchio Muddy si riposa tra il pubblico, prima Buddy e Wells, poi Lefty, si prendono la scena. Quando Waters ritorna in scena per la chiusura dello show, c’è più spazio dentro un uovo che sul palco, tanto che il padrone di casa deve spingere via Lefty per far spazio a Keith, chiamato ad un assolo.

Insomma, quella che vedo è una festa pagana dove il vecchio padre ringrazia sentitamente parte di quella prole composta da mocciosi bianchi che a metà dei ’60 – durante la gestazione di un’altra creatura plasmata con le tre-note-tre, lo schema AAB ed il call-voce/response-assolo (lo chiameranno Rock) - hanno dato visibilità al Blues, fino ad allora fruito sola dalla gente di colore. Grazie alle innumerevoli cover degli standard e a qualche “innocente” furtarello di riff, bridge e assoli, i mocciosi hanno garantito visibilità e fama non solo a lui ma a tutti i padri fondatori del Blues. Oltre ad un cospicuo vitalizio a tutti i neri che con quella musica campano la famiglia. E, da uomo sincero, Muddy riserva a Mick e Keith sguardi di amore paterno. E dato che è festa, anche Ian Stewart (ed era ora!!!) trova riscatto con una serie di meritatissimi primi piani per l’egregio lavoro che fa sui tasti prestatigli da Lee.

Quelle 4 assi che sopportano a malapena il peso dei musicisti sono come un circolo magico, memore del bivio dove tutto nacque: non si risponde alle leggi del music business ma a quelle del Blues, e non inganni la presenza delle telecamere, chiamate più per fissare nel tempo un evento unico che per intenti commerciali. Perché poi, è il Blues che ha salvato i Rolling Stones. Nel momento in cui il loro primo manager voleva che diventassero pop, gli Stones hanno detto no. Nel nome della tradizione blues di Chicago hanno detto no. E la decisione deve molto a quei piccoli sporchi segreti sul sesso e sulla morte che il delta del Mississippi e la parte sud di Chicago si sussurravano da decenni. Del resto il Blues è sì la rabbia esistenziale generata dallo sfruttamento da parte del padrone bianco ed il conseguente desiderio d’amore teso a realizzare i propri sentimenti in un impeto di autodeterminazione, ma è, anche, eros, aggressività, viaggio, alcol e droghe, supremazia maschile, crimine e polizia … e, in queste materie Jagger è professore. E Keith il Preside!!!

Solo un ultimo dettaglio per chiudere. Durante la conclusiva “Champagne And Reefer” si nota uno strano confabulare tra Lefty Dizz e Mick: stanno preparando la sorpresa a papi, non vorrebbero trovarlo steso come uno stoccafisso con le narici imbiancate. Perché l’età avanza e il lupo ha sì perso un po’ di pelo, come evidente dalla tonsura che ingiuria la classica chioma afro, ma il vizio no e la bianca, a ‘na certa, è assai pericolosa. Mick getta qualcosa per terra e Muddy raccoglie quella che sembra essere un’infiorescenza, la annusa e … uuuuhhh! Quindi Mick intona: “You should have to smoke some dope” invitandolo a godere solo ed esclusivamente dei joint!!! Lo show si conclude con Muddy che abbraccia Mick e urla: NO COCAINE!

Non voglio sapere cosa è successo nell’immancabile after hour …

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