Nagisa Oshima fu autore di un cinema di enorme complessità e valenza artistica e straordinario arricchimento culturale. Ma senz'altro un cinema non per tutti i gusti, difficile da seguire per lo spettatore occidentale che può perdersi nella ricchezza di dialoghi e volti (somaticamente, peraltro, tutti simili) dei suoi film; non è un caso se, tra i più grandi autori della storia del cinema (di cui lui fa parte senza se e senza ma), è tuttora tra i meno conosciuti almeno da queste parti, tolti alcuni titoli relativamente famosi come Furyo o L'impero dei sensi. Per la sua opera, come quella di pochi altri, vale assolutamente l'etichetta di cinema d'essai.

La Cerimonia è tra i suo lavori più importanti e rappresentativi, film summa della sua poetica, tra i suoi maggiori successi commerciali dell'epoca, e rappresenta come poche altre cose il senso di una ritualità collettiva, che si tratti di un funerale o un matrimonio (che rappresentano due facce di una stessa medaglia e che, non a caso, entrambi sono celebrati sotto forma di cerimonia, per l'appunto). Il senso d'inquietudine esistenziale di una nazione e dei singoli in un lungo dopoguerra le cui scorie della sconfitta e della mortificazione tragica di un popolo intero non sono mai finite del tutto. E dove tutto, nel corso di decenni, cambia per restare uguale: le catene dell'istituzione della Famiglia e delle Tradizioni. L'impossibilità dell'amore tra chi è membro di questa stessa famiglia (famiglia pur ricchissima di rapporti incestuosi, Oshima è tra i più spregiudicati ed provocatori registi giapponesi di sempre), così come in Furyo l'impossibilità sarà data da convenzioni e differenze di schieramento e culturali. L'amore di Oshima ha sempre vestito colori proibiti.

La Cerimonia, film la cui influenza teatrale è determinante nella messa in scena della ritualità di cui sopra, è tra i capolavori del cinema giapponese di sempre. Uno di quei film da vedere almeno una volta nella vita. Meglio due, però.

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