Il settimo album di carriera (1976) mostra i Nazareth ancora all’apice della fama, indulgenti su questo fatto già in copertina, consistente in uno scatto preso dall’interno della loro Limousine, mentre che i fan accalcati intorno spiaccicano le faccione contro i vetri, le donne mandando pure baci. Tempi di adulazione, eccessi, sesso facile, ego alterato eccetera, insomma tutto il cucuzzaro delle rockstar, ironico titolo compreso.

La celebrazione del proprio raggiunto status continua nella mini rock opera iniziale ”Telegram”, una faccenda di quasi otto minuti e quattro diverse sezioni, la quale nei primi minuti descrive le “fatiche” della band: prove, viaggi, spostamenti in Limousine… (ed ecco, all’uopo, la vecchia “So You Wanna Be a R’n’R Star” di Byrdsiana memoria, coverizzata da un esercito di gente, tipo Patti Smith e Tom Petty, prima o dopo di loro). Poi il sound check ed il concerto, con tanto di schiamazzi di pubblico. Il tutto, però, proposto colla giusta ironia (tongue in check, come dicono gli anglosassoni). Il brano è un loro classico, perfetto per aprire i concerti e scaldare le platee ed infatti ha avuto a lungo questo ruolo.

Homesick Again” è il loro ennesimo folk rock che, dato anche il titolo, profuma assai della cara patria Scozia; viene caratterizzato da una chitarra che evoluisce, così sognante e piena di eco, esattamente nello stile dei Wishbone Ash, quelli di “Argus”: riuscita canzone. Invece “Vancouver Shakedown” musicalmente è un riempitivo ma va ugualmente segnalata per le liriche, le quali descrivono bravamente la loro disavventura con un organizzatore canadese che riuscì a fregarli due volte, in entrambe di esse dileguandosi con l’incasso della serata, senza pagarli: la prima volta perché non lo conoscevano, la seconda tempo dopo perché avevano trascurato di chiedere chi era l’organizzatore del concerto ed era… di nuovo lui!

Carry Out Feelings” è un reggae trascurabile: nel 1976 era difficile sfuggire all’affermarsi della musica giamaicana e questo è il soprassedibile tributo dei Nazareth al genere. Ben altro piglio dimostra la successiva “Lift the Lid”, boogie blues scolastico ma rigenerante, un po’ alla Deep Purple. La chitarra di Charlton vi spadroneggia con le sue virtù un po’ anonime, ma passionali. Bello pure il rock blues finale “You Are the Violin”… i ragazzi suonano sempre un pochettino impersonali, ma sono focosi e simpatici, buoni rocchettari, si potrebbe dire allegoricamente per loro niente goleador, ma veri mediani di spinta, come Oriali.

Non indispensabili, ma degni, più che degni.

Carico i commenti... con calma