Mulan, assieme a Il Re Leone, è il film Disney della mia infanzia, quello che ho amato e visto più volte (la cui prima fu direttamente al cinema).

Al di là delle riflessioni "filosofiche" riguardo al fenomeno dei remake in live action, vedere certi film, certe storie, rivivere sul grande schermo, è motivo comunque di profonda emozione.

Dopo aver visto il Dumbo di Burton (bellissimo e criticato in maniera decisamente preconcetta ed ingenerosa) e, appunto, Il Re Leone shot-for-shot di Favreau (che, per molti aspetti, fu un vero fenomeno sociologico: essendo il film originale, a differenza di Dumbo e del Libro della giungla, relativamente recente, si è assistito a due o tre generazioni recarsi al cinema per rivivere quella storia senza tempo dal carattere amletico, ora in versione fotorealistica), aspettavo anche questo nuovo Mulan, che volentieri avrei nuovamente visto al cinema. E per cui, vista la distanza temporale di solo un ventennio, poteva valere lo stesso discorso generazionale.

C'è appunto da fare una premessa. Questo film, così come, d'altronde, gli altri esempi sopracitati, viene mortificato dalla visione sul piccolo schermo. Il senso praticamente unico di un film come questo, difatti, è la visione in sala, che possa esaltarne la indubbia magnificenza cromatica, coreografica e spettacolare.

Ma, come sappiamo, il film non è mai potuto essere distribuito causa pandemia, fino alla decisione di rilasciarlo direttamente sulla piattaforma di Disney+.

Mulan 2020 di Niki Caro omaggia senz'altro il mondo dei Wuxia, e, seppur i veri capolavori moderni del genere (i vari La tigre e il dragone, Hero, The Assassin...) restino ben lontani, in diversi momenti anche questo remake del classico disneyano di fine secolo fa la sua figura e si difende più che degnamente, sempre visivamente parlando. In certe scene impressiona anche ed è un piacere per gli occhi. D'altra parte, pur sempre stiamo parlando di un lavoro da 300 milioni di budget.

Bisogna fare poi un'altra premessa. Rispetto all'originale, la storia mantiene quasi solo la premessa di partenza, l'aspetto principale di riferimento della trama, legato alla figura leggendaria dell'eroina cinese, in guerra contro gli invasori dell'Impero, ma perde ogni altro punto di contatto reale col film d'animazione. Il che non era un male, gli dava anzi un motivo in più di interesse nel vedere l'opera rivisitata. Pur se con le pesanti forzature dovute ai motivi del politicamente corretto, che hanno fatto decidere di eliminare dei personaggi per dare all'operazione un tono ulteriormente femminista.

Il messaggio femminista, a proposito, certamente qui viene accentuato, ma, non per questo, rafforzato. Anzi. Il film originale già era straordinario in questo e non era migliorabile in nulla nella rappresentazione di una parabola così bella ed emozionante di emancipazione, ribellione e ricerca della propria identità.

È proprio il lato emotivo a venire strozzato in questa nuova versione. Per via anche di una delle principali differenze sostanziali: se nel cartone, Mulan era una ragazza di gran cuore ma anche molto maldestra ed introversa, senza doti naturali particolari, al di là di un innato coraggio e di una grande tenacia, qui, invece, è una guerriera nata già super dotata e, semplicemente, che si vede dover reprimere le eccezionali capacità per il suo essere donna in un mondo maschile e patriarcale.

In questo, le due Mulan, hanno il punto d'incontro, di origine prettamente culturale: l'essere figure a cui il ruolo opprimente datole in dote dalla Tradizione, va stretto nella loro ricerca del proprio posto nel mondo.

Se nel caso della prima Mulan, chiunque poteva riconoscersi ed era impossibile non provare empatia nei suoi confronti, qui è tutto il contrario. Difficile l'identificazione, abbiamo una protagonista con un carisma prossimo allo zero, ed ogni grande motivo di pathos viene, come dicevo, davvero strozzato, con in più l'aggravante di un didascalismo veramente senza senso e umiliante. E, a parte l'aspetto femminista di cui sopra, non vengono comunque messi in discussione i tipici e rassicuranti valori famigliari per il grande pubblico.

A salvare il tutto, quantomeno la presenza della divina Gong Li, che ancora oggi mantiene un fascino senza eguali, una presenza scenica che buca lo schermo anche a trent'anni dalla sua rivelazione al mondo con il capolavoro assoluto Lanterne Rosse.

Rispetto all'originale bisogna anche dimenticare l'ironia e, in generale, tutta la magia che rese indimenticabile ed immortale quel classico.

In origine, a dirigere ci sarebbe dovuto essere Ang Lee. Chissà come sarebbe stato. Migliore di certo, anche se Mulan 2020 non è comunque da buttare in toto. Ma l'amaro in bocca resta.

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