Dimenticatevi tutto ciò che avete mai pensato essere metalcore.
Questo nomenclatura, oramai priva di alcun senso (perché applicata a gruppi che di metalcore non hanno niente) ai suoi albori era applicata esclusivamente a gruppi post-hardcore aventi sonorità che si rifacevano ai Coalesce e ai Botch, nonché ai Thirty Called Arson.I Norma Jean fanno parte di questa categoria.
Dopo un ep ed un full lenght rilasciati sotto il nome di Luti-Kriss, questi cinque ragazzi americani modificano il loro nome in Norma Jean (per chi non lo sapesse il vero nome di Marylin Monroe), e nel 2002 rilasciano questo “Bless The Martyr And Kiss The Child”. L’impatto di questo capolavoro è incredibile. In primo piano le chitarre: distorsioni pesantissime, riff quasi sempre sincopati e cadenzati, simili per struttura al nu metal ma completamente differenti nel sound. Sono presenti parecchi breakdown, caratteristica che poi verrà abusata dalle miriadi di gruppi successivi. I momenti di calma sono pochi, ma quando ci sono non si tratta dei soliti arpeggi sdolcinati triti e ritriti, assolutamente no; un’angoscia figlia dei Neurosis si insinua tra le velleità, e tesse atmosfere cariche di tensione; è incredibile come rimanga un senso di incontrollabile inquietudine anche nei momenti più melodici.
Altra caratteristica fondamentale sono le ritmiche di batteria; geometrie spigolose, in continuo mutamento, quasi si trattasse di materia viva; il primi accostamenti che vengono in mente sono quelli coi Dillinger Escape Plan e i Converge, e difatti per tutta la durata del disco, come accade coi gruppi citati, non si ha mai l’impressione di ascoltare qualcosa di statico e lineare, tanta è la spontanea mutazione a cui sembrano sottoposte le ritmiche (rarissimi sono i momenti in 4/4). Ma ciò non è da intendere come una ricerca estenuante di risultare originali come accade nel progressive metal; qui tutto ha un senso di spontaneità e quasi, a voler essere romantici, sincerità. Tutta questa apocalisse sonora viene ampiamente supportata dalla voce; sempre filtrata, in continuo spasmo. Lo scambio tra growl sfacciatamente hardcore e scream convergiani non fanno che aumentare l’atmosfera già sovraccarica di nervosismo. Quasi inesistenti momenti con cantato pulito; e come già potete immaginare, quando sono presenti non sono certo inni alla gioia.
Le tracks più rappresentative sono sicuramente le prime tre, dai titoli esageratamente lunghi a volte, (“The Entire World Is Counting On Me And They Don’ t Even Know It”, “Face: Face” e “Memphis Will Be Laid To Waste”) e la track n°5, “Pretty Soon, I Don’ t Know What, But Something Is Going To Happen”, una vera e propria suite di quindici minuti in cui si possono riscontrare tutte le caratteristiche musicali di questo combo americano.