C'era una volta una band capace di porsi sui livelli dei "cugini" Manilla Road e degli acidissimi Cirith Ungol. C'era una volta una band capace di calarsi con disinvoltura nei polverosi studios americani e sprigionare tutta la giovane potenza possibile in un capolavoro d'antiquariato come "Battle cry". C'era una volta una band talmente convinta dei propri mezzi da riuscire a confermare la bontà della propria proposta anche in "Warning of danger" e "The curse".

Quello era un gruppo con gli attributi di marmo, capace di sfornare dal 1984 al 1986, tre full lenght di un'importanza ad oggi inestimabile per la nascita, lo sviluppo e il consolidamento dell'epic metal statunitense e dell'heavy più in generale. Una realtà che riuscì a farsi un nome nell'underground a stelle a striscie anche grazie all'ugola atipica di J. D. Kimball appropriato per l'heavy, ma fedele urlatore anche se si fosse trattato di power o thrash. E' proprio legata alla figura del cantante la gestazione di "Escape to nowhere", il quarto lavoro degli americani Omen, del 1988. Kimball venne rimpiazzato da Coburn Pharr, futuro vocalist degli Annihilator. In lui c'è la disgrazia dell'intero lavoro degli Omen: se infatti si percepisce una certa "stanchezza" nel songwriting, causa un Kenny Powell (chitarra) non del tutto ispirato, le colpe maggiori ricadono proprio sul nuovo arrivato dietro il microfono, che sembra su di un altro pianeta rispetto alla band. Troppo sgraziata la sua voce per adattarsi al clima globale del disco, troppo lontana dai canoni di Kimball, la cui presenza aleggia costantemente sulla testa di Pharr.

E' questo il motivo principale della non completa riuscita dell'opener "It's not easy", con Pharr che sembra voler quasi fare il Tim Baker (Cirith Ungol) della situazione, purtroppo per lui senza riuscirci. Carina, ma inutile ai fini di un lavoro in studio è "Radar love", cover dei Golden Earring, seminale combo olandese di rock old style. Il gruppo da l'impressione di aver perso quella potenza esplosiva che fin dall'inizio li aveva portati alla ribalta: se infatti in "Escape to nowhere" e "Cry for the morning" ci sono delle linee vocali e delle melodie ben congeniate, viene meno la forza, lo stridore metallico della sei corde di Powell, ovattata e meno efficiente di quanto non lo era stato in passato. Questo appiattimento generale si riscontra anche in "Nomads" che puzza di riempitivo fin dal titolo, mentre in "Poisoned" si torna a respirare seppur soltanto per pochi attimi, l'aria dei furiosi inizi battaglieri della band. Inutile poi pensare a cosa sarebbe stato il chorus di questo pezzo cantato da Kimball.

E' in tante piccole cose che "Escape to nowhere" non convince, a partire dalla copertina, ben diversa da quello a cui ci avevano abituato gli Omen. La mancanza di Kimball, il furore musicale perduto e un futuro non proprio roseo (la band si darà un lungo periodo di pausa dopo questo lavoro), contribuiscono a gettare le prime pesanti ombre sul respiro degli Omen: prima regolare e rassicurante, dopo "Escape to nowhere" in costante affanno.

1. "It's Not Easy" (5:11)
2. "Radar Love" (6:08)
3. "Escape To Nowhere" (4:20)
4. "Cry For The Morning" (4:06)
5. "Thorn In Your Flesh" (4:05)
6. "Poisoned" (4:33)
7. "Nomads" (3:17)
8. "King Of The Hill" (4:09)
9. "No Way Out" (3:16)

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