Ogni tanto nel jazz arrivano persone che parlano strane lingue. I conservatori pensano che quello che esce dal loro sassofono sono latrati di un cani e grugniti di maiali, ma alla fine passano dieci anni e si scopre che che quello è diventato l'idioma dominante. E' appunto successo prima a Charlie Parker e dopo ad Ornette Coleman alla piuttosto breve distanza di circa vent'anni, certe volte mi chiedo come ha fatto il jazz ad evolversi così in fretta.

La prima volta che lo si ascolta ci sembra un paesaggio arido e lunare. Si pensa ma che casino assurdo fa quel pazzo col sassofono. Si pensa che quello doveva prendere un paio di lezioni di armonia prima di soffiare in quel dannato strumento. Si pensa che palle ma sembra tutto uguale. Dopo un po' si scopre quanto può essere divertente camminare sulla luna, ci si rende conto che il paesaggio in realtà è vario e movimentato. Non lo avevamo capito all'inizio perché eravamo miopi, o forse perché la luce era troppo intensa e gli occhi non ne erano abituati. Quello che era caos è diventato ordine, i canoni del bello e del brutto sono rivisitati. Una linea musicale gracchiante è diventata armonia classica. Un'avventura estetica il free jazz.

Molte persone  fanno presto ad etichettarla come roba da intellettualoidi snob.  Non hanno capito che quella è gente un sacco più pazza di certe rockstar. Gente che si inventa una strada da sola, mentre magari sarebbe stato più facile fare lavori più allineati con il gusto generale. Un sacco di musicisti devono molto ad Ornette. Per esempio gente come Sun Ra, Steve Lacy, Keith Jarrett, Gato Barbieri, John Zorn solo per fare quattro o cinque nomi.

Questo live in due volumi venduti separati è stato registrato a Stoccolma nel 1965, circa sei anni dopo il debutto nel 1959. Ha il pregio di non essere troppo hard-core come altri album, tra cui per esempio "Free jazz". Se volete entrare nel genere un po' tanto per capire cos'è è un ottimo inizio. Secondo me è uno di quei dischi fondamentali del jazz tipo "Kind of Blue" di Miles o "Giant Steps" di Coltrane.

L'ensemble è un trio, con Coleman al sax alto, David Izezon al contrabbasso e Charles Moffet alle percussioni. In realtà ogni tanto Ornette si concede delle escursioni al violino alquanto sbarazzine. Si sente un grande affiatamento di squadra, cosa che nel free jazz forse è la cosa più difficile.

Praticamente questo è quanto di più lontano ci possa essere da un jazz patinato. Questa è roba matta, ruvida, aspra e graffiante come un coyote che ulula alla luna.

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