Canzone di notte n°3 (Guccini) @[gpdimonderose] Il termine "𝑫𝒂𝒔𝒆𝒊𝒏" fu introdotto in filosofia nel corso del sec. XVIII.
Per 𝗜𝗺𝗺𝗮𝗻𝘂𝗲𝗹 𝗞𝗮𝗻𝘁 il "𝑫𝒂𝒔𝒆𝒊𝒏" di un oggetto è conoscibile solo mediante il ricorso all’esperienza e ha quindi costante relazione con la possibilità di una percezione, anche se non con una percezione immediata (concetti espressi dal filosofo tedesco nella "𝗖𝗿𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗿𝗮𝗴𝗶𝗼𝗻 𝗽𝘂𝗿𝗮").
Nella concezione hegeliana il "𝑫𝒂𝒔𝒆𝒊𝒏" indica la categoria dell’essere determinato come immediata e unilaterale unità dell’essere e del nulla; come semplice determinatezza dell’essere, il "𝑫𝒂𝒔𝒆𝒊𝒏" si distingue dal "𝑬𝒙𝒊𝒔𝒕𝒆𝒏𝒛", termine usato per designare l’essere in relazione (concetto formulato da 𝗚𝗲𝗼𝗿𝗴 𝗪𝗶𝗹𝗵𝗲𝗹𝗺 𝗙𝗿𝗶𝗲𝗱𝗿𝗶𝗰𝗵 𝗛𝗲𝗴𝗲𝗹 nella "𝗟𝗼𝗴𝗶𝗰𝗮").
Per 𝗠𝗮𝗿𝘁𝗶𝗻 𝗛𝗲𝗶𝗱𝗲𝗴𝗴𝗲𝗿 il "𝑫𝒂𝒔𝒆𝒊𝒏" è l’uomo in quanto si pone la domanda sul significato dell’essere. La comprensione dell’essere del "𝑫𝒂𝒔𝒆𝒊𝒏" e l’ontologia fondamentale si devono ricercare nell’analitica esistenziale del "𝑫𝒂𝒔𝒆𝒊𝒏" (𝗘𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗲 𝗧𝗲𝗺𝗽𝗼).
"𝗦𝗲𝗶𝗻 𝘂𝗻𝗱 𝗭𝗲𝗶𝘁", opera fondamentale di 𝗠𝗮𝗿𝘁𝗶𝗻 𝗛𝗲𝗶𝗱𝗲𝗴𝗴𝗲𝗿 del '27, che segnò il costituirsi della filosofia esistenzialistica: l’opera (𝘪𝘯𝘤𝘰𝘮𝘱𝘭𝘦𝘵𝘢) ripropone il problema del senso dell’essere e si avvale del metodo fenomenologico mutuato da 𝗘𝗱𝗺𝘂𝗻𝗱 𝗚𝘂𝘀𝘁𝗮𝘃 𝗔𝗹𝗯𝗿𝗲𝗰𝗵𝘁 𝗛𝘂𝘀𝘀𝗲𝗿𝗹.
𝗠𝗮𝗿𝘁𝗶𝗻 𝗛𝗲𝗶𝗱𝗲𝗴𝗴𝗲𝗿 opera dapprima una distinzione tra l’essere e i modi dell’essere; è un modo dell’essere l’esserci (𝑫𝒂𝒔𝒆𝒊𝒏), cioè l’esistente, l’uomo.
Il carattere strutturale dell’esserci è “𝘭'𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘯𝘦𝘭 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘰”.
Immedesimandosi nel mondo l’uomo si perde nella quotidianità anonima del “𝘴𝘪” (𝘴𝘪 𝘥𝘪𝘤𝘦, 𝘴𝘪 𝘧𝘢, 𝘦𝘤𝘤𝘦𝘵𝘦𝘳𝘢...).
A questa esistenza inautentica che è caratterizzata dalla paura si contrappone quella autentica che si radica nell’angoscia, come strumento del nulla che, facendo sentire l’uomo non a suo agio nel mondo o estraneo a esso, gli apre l’unica possibilità autentica dell’esistenza ovvero la morte.
A sua volta l’essere per la morte fa di questa non un momento che giunge proprio al termine dell’esistenza, ma il senso proprio dell’esistenza stessa, la possibilità per l’esserci di pervenire a se stesso estraniandosi dal mondo della banalità e della dispersione. (cit. tratte da sapere.it)
Non dimentichiamo poi che 𝗠𝗮𝗿𝘁𝗶𝗻 𝗛𝗲𝗶𝗱𝗲𝗴𝗴𝗲𝗿 aderì al nazismo, e che il filosofo e psicologo nazista 𝗘𝗿𝗶𝗰𝗵 𝗥𝘂𝗱𝗼𝗹𝗳 𝗙𝗲𝗿𝗱𝗶𝗻𝗮𝗻𝗱 𝗝𝗮𝗲𝗻𝘀𝗰𝗵, già collega di 𝗠𝗮𝗿𝘁𝗶𝗻 𝗛𝗲𝗶𝗱𝗲𝗴𝗴𝗲𝗿 nel periodo di Marburgo, lo descrive come «𝒑𝒆𝒓𝒊𝒄𝒐𝒍𝒐𝒔𝒐 𝒔𝒄𝒉𝒊𝒛𝒐𝒇𝒓𝒆𝒏𝒊𝒄𝒐», propugnatore di pensiero ebraico di genere «avvocatesco-talmudico», nonostante secondo lo psicologo nazista, la condotta di 𝗠𝗮𝗿𝘁𝗶𝗻 𝗛𝗲𝗶𝗱𝗲𝗴𝗴𝗲𝗿 era solo un abile adattamento della sua filosofia al nazionalsocialismo, in un'occ