The Wylde Mammoths - Go, baby, go! (1987) - FULL ALBUM
Che Band!!!
Nessuno ve ne parlerà più e quindi tanto vale lo faccia io.
I Crimson Shadows erano una band di fanatici che si aggirava per la Svezia durante gli anni del sogno psichedelico. Caschetti tinti di nero, jeans attillati, stivaletti, aria torva, medaglioni.
Tutto per assomigliare alla band pre-punk per eccellenza: i Music Machine. Musicalmente avrebbero dato pochissimo, giusto un paio di singoli e una decina di gig per altri fanatici che avrebbero fatto salire alle stelle le quotazioni dei loro vinili. Un culto underground nell’underground, per nulla in grado di fronteggiare le vere “stelle” del giro neo-sixties svedese che in quegli anni sono Creeps, Stomach Mouths e Nomads.
I Wylde Mammoths nascono da questo scontento e dal desiderio di Peter Maniette di abbandonare il garage punk fuzztonico dei Crimson Shadows piegandolo alla sua nuova passione: il Maximum R ‘n B degli anni Sessanta, influenzato da zozzoni come Bo Diddley o i primi Pretty Things.
Un approccio malsano e totalmente privo di cliché estetici che affascinerà Tim Warren, lo Scavafosse per eccellenza, che in quegli anni trasferisce in Svezia il proprio quartier generale e ha modo di “tastare” la scena da vicino. Tra le centinaia di bands che affollano il giro neo-garage come i corridoi di un centro commerciale, i Mammoths sono i più sporchi di tutti: suonano rozzi padelloni Gretsch con dei suoni riverberati all’inverosimile e hanno una scrittura inimitabile. Così, dopo un ottimo EP per la stessa label dei Crimson Shadows intitolato Four Wooly Giants (il Four Wolly Giants con cui è passato alla storia è solo un errore tipografico così come il Nano di Lercore è passato alla storia pur essendo uno scherzo della natura, NdLYS), si accasano presso la Crypt, prima band “contemporanea” a finire sulla label di Tim Warren, e nel 1987 escono con questo debutto strepitoso, ficcato dentro una splendida copertina giallo limone e registrato in analogico su un due piste Beocord 2000. Nessuno spazio per ritocchi e sovrincisioni quindi. Gli abbellimenti e gli appretti con il manico (tipo Stop Pretending! delle Pandoras, per dire) sono completamente banditi.
Si suona, male, e si registra. È questa la formula per mr. Warren e per i mammuth.
In formazione c’è ancora Johan Manette, fratello di Peter e altro ex-Shadows. Il suo apporto primitivo è tanto fondamentale per la resa “troglodita” di » Go Baby Go « quanto limitante per l’“evoluzione” della band che lo caccerà di lì a poco sostituendolo col più dinamico e preciso Stellan Wahlstrom degli Highspeed V, finito poi tra le legioni dei reduci che si dilettano chissà perchè a fare i crooner che si piangono addosso con la sua Drift Band.
E invece è proprio dentro la caverna di » Go Baby Go « che il suono dei Wylde Mammoths riesce a trasmettere l’urgenza primordiale, istintiva che le è propria.
Che Band!!!
Nessuno ve ne parlerà più e quindi tanto vale lo faccia io.
I Crimson Shadows erano una band di fanatici che si aggirava per la Svezia durante gli anni del sogno psichedelico. Caschetti tinti di nero, jeans attillati, stivaletti, aria torva, medaglioni.
Tutto per assomigliare alla band pre-punk per eccellenza: i Music Machine. Musicalmente avrebbero dato pochissimo, giusto un paio di singoli e una decina di gig per altri fanatici che avrebbero fatto salire alle stelle le quotazioni dei loro vinili. Un culto underground nell’underground, per nulla in grado di fronteggiare le vere “stelle” del giro neo-sixties svedese che in quegli anni sono Creeps, Stomach Mouths e Nomads.
I Wylde Mammoths nascono da questo scontento e dal desiderio di Peter Maniette di abbandonare il garage punk fuzztonico dei Crimson Shadows piegandolo alla sua nuova passione: il Maximum R ‘n B degli anni Sessanta, influenzato da zozzoni come Bo Diddley o i primi Pretty Things.
Un approccio malsano e totalmente privo di cliché estetici che affascinerà Tim Warren, lo Scavafosse per eccellenza, che in quegli anni trasferisce in Svezia il proprio quartier generale e ha modo di “tastare” la scena da vicino. Tra le centinaia di bands che affollano il giro neo-garage come i corridoi di un centro commerciale, i Mammoths sono i più sporchi di tutti: suonano rozzi padelloni Gretsch con dei suoni riverberati all’inverosimile e hanno una scrittura inimitabile. Così, dopo un ottimo EP per la stessa label dei Crimson Shadows intitolato Four Wooly Giants (il Four Wolly Giants con cui è passato alla storia è solo un errore tipografico così come il Nano di Lercore è passato alla storia pur essendo uno scherzo della natura, NdLYS), si accasano presso la Crypt, prima band “contemporanea” a finire sulla label di Tim Warren, e nel 1987 escono con questo debutto strepitoso, ficcato dentro una splendida copertina giallo limone e registrato in analogico su un due piste Beocord 2000. Nessuno spazio per ritocchi e sovrincisioni quindi. Gli abbellimenti e gli appretti con il manico (tipo Stop Pretending! delle Pandoras, per dire) sono completamente banditi.
Si suona, male, e si registra. È questa la formula per mr. Warren e per i mammuth.
In formazione c’è ancora Johan Manette, fratello di Peter e altro ex-Shadows. Il suo apporto primitivo è tanto fondamentale per la resa “troglodita” di » Go Baby Go « quanto limitante per l’“evoluzione” della band che lo caccerà di lì a poco sostituendolo col più dinamico e preciso Stellan Wahlstrom degli Highspeed V, finito poi tra le legioni dei reduci che si dilettano chissà perchè a fare i crooner che si piangono addosso con la sua Drift Band.
E invece è proprio dentro la caverna di » Go Baby Go « che il suono dei Wylde Mammoths riesce a trasmettere l’urgenza primordiale, istintiva che le è propria.
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