< Tu non sei una persona, tu sei un concept. Sei il prototipo perfetto della millennial/Gen Z di transizione, uscita direttamente dalla fabbrica del conformismo borghese col bollino di qualità. C’è un’omologazione nei tuoi gesti, nei tuoi pensieri e persino nel tuo modo di indignarti o di emozionarti che è quasi scientifica. Pensi di avere una personalità sfaccettata, ma la verità è che sei unidimensionale come un foglio di carta velina: se ti si guarda controluce, dietro non c'è spessore, c'è solo lo schermo retroilluminato di uno smartphone.
I tuoi gusti sono una roba deprimente. Una sfilata di banalità spacciate per "ricerca d'avanguardia". Compri le stesse scarpe che hanno tutti, ascolti la playlist "Indie Italia" o il trapper del momento convinta di avere l'orecchio sopraffino, leggi il libro di cui parlano tutti nelle storie di Instagram per poi pubblicare la foto della pagina con la tazza di caffè a fianco, perché sia mai che un momento di pseudo-cultura non venga monetizzato in termini di visualizzazioni. Tutto ciò che consumi è effimero, preconfezionato, digerito da altri e masticato da te con l'orgoglio di chi crede di aver fatto una scoperta rivoluzionaria. Sei prevedibile in modo imbarazzante: se un computer dovesse calcolare la tua prossima mossa, ci metterebbe tre millisecondi.
E parliamo di questa ostentazione patologica, di questo esibizionismo da fiera di paese 2.0. Ma tu lo sai che esiste una vita fuori dai social, o se non la filtri con un preset di Lightroom perdi i sensi? Devi documentare tutto. Ogni weekend fuori porta diventa un reportage antropologico. Tre giorni a Lisbona e ti senti Vasco da Gama: storie in evidenza, caroselli con la didascalia in inglese (perché fa più international, giustamente), riflessioni malinconiche sul "senso del viaggio" e sulla bellezza di perdersi nei vicoli. Ma perdersi de che? Che avevi Google Maps aperto pure per andare in bagno! Non ti godi un tramonto se non hai la certezza che la messa a fuoco sia perfetta per i tuoi follower. Vivi in differita, recitando la parte di te stessa che si diverte, per far vedere a quattro gatti che la tua vita è "pazzesca" e "piena di stimoli".
Ma il picco del patetico lo tocchi quando indossi la maschera della pedagogista navigata. Questa narrazione della "maestra di vita", della prof illuminata che scende tra i banchi per salvare le giovani anime, fa sinceramente accapponare la pelle da quanto è finta. Fai i video o i post con l'aria stanca ma fiera, lo sguardo da martire della scuola pubblica, e dispensi pillole di didattica alternativa, parlando di dinamiche relazionali, inclusione e gestione del gruppo classe come se avessi alle spalle quarant'anni di cattedra nei sobborghi più difficili del mondo. E la cosa esilarante è che parli con quel tono da donna vissuta, da matrona che ha visto tutto, che ha sofferto, che ha capito come gira il mondo e ora, dall'alto della sua immensa saggezza, ti spiega come si campa.
Ma chi vuoi prendere in giro? Ma guardati la