Sei soli brani. Fragili come fiocchi di neve. Si posano nel cuore, e spariscono. Avrebbero potuto essere qualcos'altro, forse. Un uomo di neve, probabilmente. Invece no, sono solo sei fiocchi di neve che ti si posano, leggeri, sul viso. E sciogliendosi, ti rigano il volto come in una lacrima. Un dolore senza perché, senza tempo. Sei brani fragili, invernali, oscuri e tremebondi. La voce è quella, inconfondibile, di Will Oldham. Le sonorità sono quelle tremanti, asfittiche ed oscure dei primi Palace. Tutto il resto è solo precarietà. Dalla "Winter Lady" di Leonard Cohen (Travelling lady stay a while/Until the night is over/I'm just a station on your way/I know I'm not your lover), allo spettro della noia e del tempo che non passa in "Christmastime In The Mountains". Dove i fantasmi di una rabbia repressa e senza sfogo (We need an enemy/I'm saving all my rage for you) si riflettono inquietanti in un paesaggio oscuramente fiabesco di sogni calpestati come la neve.
Sei confetti dolceamari di indie-folk, dal folgorante incipit di "Agnes, Queen Of Sorrow" - che mendica impudicamente un bisogno d'amore senza confini - sino alla lirica contorta e spinosa di "All Gone, All Gone". Dove introspezione ed ermetismo ti stringono in una morsa senza respiro di gelo e di ghiaccio. Per sfociare poi in quella "Werner's Last Blues To Blokbuster", il cui testo non sfigurerebbe di certo fra i capolavori della poesia contemporanea. E basterebbe quella She said: I washed my hands of him/But he thought I was washing my hair, per chiedersi: ma allora perché questo disco si chiama "Hope"? Forse perché la speranza è di chi è solo, di chi non ha nessuno. Mentre la fiducia è di chi ha qualcuno al proprio fianco. Perché è sempre sbagliato dire a chi sta male: Spera, che forse domani non starai più così. Bisogna invece dire: Abbi fiducia. Perché io sono qui. Adesso.