Forse non se n’è parlato tantissimo… ma l’anno appena passato si è formalmente concluso con un nuovo album dei Pallas, a 9 anni dal precedente, è stato proprio il canto del cigno del 2023. È il disco che vede il ritorno del cantante Alan Reed, il cantante migliore e più espressivo fra quelli arruolati e con cui hanno realizzato i lavori migliori a cavallo fra anni ’90 e 2000.

Ed è un disco che li riporta proprio su quei livelli; non che i due precedenti fossero male, anzi, ma questo li supera tranquillamente e si accoda proprio a quei lavori. È profondamente atmosferico ma anche spigoloso a seconda dei momenti, esattamente come lo erano “Beat the Drum” e “The Cross & the Crucible”. Risulta vincente la scelta di puntare quasi esclusivamente su brani lunghi; la formula è quella che prevede poche tracce ma belle lunghe, una formula che nel prog è molto comune ed è probabilmente la migliore, perché tiene alla larga i riempitivi (molto probabili quando le tracce superano le 10-11) e permette di sviluppare meglio ogni traccia, di tirare fuori il meglio, di approfondire ogni singolo discorso, ma anche di differenziarsi dal consueto format discografico.

Qui bastano 6 brani e sono ben dilatati, soltanto uno è breve ed immediato, “The Great Attractor” con il suo rock perentorio pesantemente guidato da chitarra e basso, indubbiamente il brano di minor appeal, il resto è un affascinante ed evocativo viaggio sonoro. Le atmosfere più rilassate e sognanti si toccano con mano nelle due tracce centrali “Fever Pitch” e “Heavy Air”, che suonano nebbiose ed autunnali, grigie ma suggestive, leggere e sonnambule, entrano nella pelle come farebbe l’umidità durante una passeggiata nelle campagne di novembre. “Sign of the Times” invece mostra entrambi i lati dei Pallas trascinando però maggiormente quello più pungente, con chitarra e basso protagonisti. In “The Nine” si viene inspiegabilmente spiazzati da un totalmente insolito cantato rap; in generale il suo ritmo regolare e rilassato, il suo beat vagamente artificioso, il modo in cui si mescolano suoni moderatamente duri e atmosfere dense, uniti a questo cantato rap, conferiscono al brano un’aria quasi da brano trip-hop. Il brano più completo è comunque “Messenger”, quello dove c’è più carne al fuoco, dove si spazia meglio fra rock, elettronica, ambient, aperture sinfoniche e corali e innesti di chitarre acustiche.

Nel complesso “The Messenger” è un disco che suona perfettamente come un disco neo-prog e come un disco dei Pallas, che non stravolge le coordinate dei lavori migliori ma che nemmeno si limita sterilmente a ricopiarle; le approfondisce per bene, le allunga, cerca di farle suonare sempre diverse, in particolare le parti di tastiera, più che mai importanti in dischi come questi, non si limitano a banali tappeti ma offrono parti sempre ben modellate, che si impegnano a guidare l’ascoltatore e non semplicemente a svegliargli la mente.

Dispiace che i Pallas tendano ad essere snobbati nonostante la relativa importanza storica (“The Sentinel” fu uno dei dischi della rinascita progressiva negli anni ’80, non dimentichiamolo), fa strano notare che siano soltanto circa 3.500 gli ascoltatori mensili su Spotify; tra l’altro questo titolo non è nemmeno stato caricato su questa piattaforma e nemmeno sulle altre piattaforme più note (la band ha esplicitamente indicato Bandcamp come unica possibilità per scaricare ed acquistare l’album e supportare la band), una scelta che non può certo giocare a proprio favore in questi tempi dove lo streaming è il modo migliore per stabilire una connessione fra band e fan. Probabilmente non ha giocato a loro favore nemmeno la scarsa prolificità, 8 album in 40 anni di carriera sono veramente pochi, ma non c’è dubbio che le loro grandi cose le hanno fatte eccome e quindi devono sentirsi con la coscienza pulita.

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