Guardando “No Other Choice” di Park Chan-wook provo una forma di frenesia e di invidia. Sono eccitato e sbalordito per la sua libertà artistica, per la visione sociale tagliente, sono ammirato per la ricchezza narrativa, colpito per la profondità della tessitura psicologica. Insomma, vorrei che film come questo fossero più presenti anche nel nostro cinema occidentale, ma ogni volta che guardo produzioni orientali, giapponesi, coreane, trovo che ci sia un divario netto.
Il divario tra l’onestà artistica di un autore che vuole davvero comunicare qualcosa, esprimendosi al suo massimo livello, e un cinema invece ben più consunto, incanalato su binari più standard. Bisogna vedere autori come Park Chan-wook, Bong Joon-ho, Hirokazu Kore'eda e chissà quanti altri per rendersi conto di come i nostri discorsi (cinematografici) occidentali siano sempre meno liberi, meno irriverenti, e anche distanti dalla realtà. Sembra che gli orientali guardino di più al mondo e meno ai generi prestabiliti, e usino gli stilemi di genere per amplificare i loro messaggi e le loro visioni.
Generi
Park mescola dramma e farsa, comico e tragico, sentimentale e thriller. C’è un po’ di tutto, ma non è un gioco sincretico a freddo. Ogni filigrana serve a spiegare un contenuto, aggiungere uno strato di senso. Così, il protagonista è vittima di un dramma sociale, ma è anche carnefice di un thriller assurdo, è macchietta, è marito geloso, è padre premuroso ma assente. L’autore non ha pietà di lui, lo espone a ogni critica, ne mostra infinite contraddizioni e meschinità. Inserire il comico all’interno di una scena di omicidio, ad esempio, non è un semplice gioco estetico: l’autore mostra la comicità tragica di queste persone che portano avanti una guerra tra poveri, la patina registica amplifica i significati.
Estetica
Park utilizza ogni sequenza come una tela. I minuti non scorrono mai inutilmente, solo per raccontare prosaicamente una storia. Ogni inquadratura (o quasi) ha una connotazione artistica, un gioco estetizzante spesso non banale. Metafore, simbolismi, interferenze visive, costruzioni geometriche, inquadrature mobili. Sembra il tessuto pregiatissimo di un fine ricamatore. L’occhio dello spettatore si accorge, vede attraverso lo sguardo dell’autore i concetti amplificati, le percezioni devianti, i panorami umani. Questo fa un’enorme differenza, perché vedere così una storia rende quella storia intimamente differente. La dilata, ne estende il respiro. Le musiche si aggiungono infine come ulteriore filtro straniante, a dirci che questa è una tragedia, forse la tragedia, ma è anche e soprattutto una farsa. La lotta di classe (o meglio, per mantenere la classe sociale) nell’epoca del capitalismo sfrenato, qualcosa che non si può prendere troppo sul serio.
Etica
Uno dei colossali punti di forza di questo film sta nell’unire il racconto sociologico (pensate a Ken Loach, ecco: non c’entra niente) alla fiction più scalcagnata e deformante. C’è lo spunto realistico, la perdita di lavoro da parte del protagonista, c’è lo sviluppo psicologico-pratico (reazioni della famiglia, colloqui, sedute psicologiche) e poi c’è il delirio di genere (inganni, uccisioni, indagini) che però, miracolosamente, sa tenere insieme le istanze realistiche e le degenerazioni grottesche, i contenuti sociologici e le patine comiche.
In tutto questo, viene avanti un ribaltamento etico progressivo nella famiglia del protagonista. Lui, da vittima, cerca di diventare carnefice facendo proprie le istanze cannibali del capitalismo più sfrenato, che di fatto pone l’individuo in una lotta serrata, “mors tua vita mea”. La famiglia assiste e compartecipa di questa evoluzione, come testimoni più o meno etici, con iniziative varie, piccole o grandi interferenze, sempre sulla soglia etica tra ostacolare l’azione criminale del padre o supportarla, fingendo di non vedere.
Una metamorfosi di valori tutta dettata dalle istanze preponderanti della società, e cioè l’apparenza, avere la macchina grossa, la casa con ampio giardino, i cani, le lezioni di tennis. La lotta di Man-su è soprattutto una lotta per il proprio ego, lo status sociale. Lui non vuole ridursi a fare il commesso, non vuole vendere la magione tanto agognata. Il crimine gli risulta più congeniale di un abbassamento di prestigio personale. E, con il tempo, anche la sua famiglia sembra adeguarsi a questa condizione: il benessere e l’invidia degli altri si pagano a caro prezzo, bisogna essere disposti a tutto.
Coralità
In due ore e poco più, Park riesce a costruire una storia con solidissime basi, sviluppi frastagliati, conseguenze morali, finale ampio. Ma non solo. Si permette il lusso delle digressioni. Racconta con fulminante brevità le storie delle vittime, le lusinghe sentimentali della moglie, gli strampalati progetti criminali del figlio, il talento e le idiosincrasie della figlia. Ci spiega le indagini sbagliate della polizia, ci fa vedere un rapporto tra coniugi che si sfrangia in un dedalo di menzogne palesi, costruisce un controcanto di cristallina purezza che risuona nelle note del violoncello della piccola di casa.
E in tutto questo, c’è un thriller che viene avanti funzionando molto bene. Paure, dubbi, errori, indagini che lo sfiorano, pistole vere e pistole giocattolo, connivenza o meno della famiglia, e infine una tecnica omicida che si affina. Man-su diventa sempre più furbo, spietato, nel crimine e nella vita, e da vittima sacrificale del sistema economico diviene predatore sanguinario, disposto ad accettare la rovina di tutti gli altri pur di preservare il suo sogno di gloria.
Nel suo ordigno geniale e terribile, Park ci mostra che il trionfo del protagonista, vittima palese fin dai primi istanti, non corrisponde a un esito eticamente positivo. Tutt’altro. Di fatto, nessuno vince, perdiamo tutti. Man-su è solo un salmone che nuota controcorrente, che prolunga un poco la sua esistenza, ma è destinato a perire anche lui. Non c’è altra scelta, mangiare o essere mangiato.
Restiamo in sospeso, nel finale, in attesa che la giustizia faccia il suo corso: desideriamo come non mai che venga preso, perché lo odiamo. Ci fa ribrezzo. Non svelo ovviamente la conclusione, ma in fin dei conti, per il sistema cambia poco. Un altro prenderà il suo posto, altri operai verranno licenziati, perché ora ci pensa l’intelligenza artificiale a lavorare al loro posto.
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