Copertina di Pearl Jam Dark Matter
joe strummer

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Per appassionati di rock classico, fan di pearl jam, ascoltatori critici, lettori interessati a recensioni musicali approfondite
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LA RECENSIONE

Un ascolto distratto, in macchina, mentre torno a casa dal lavoro. Ma è sufficiente, perché sono molto più vecchio io e sono molto più vecchi loro. Non prendiamoci in giro. Mi basta davvero poco per riconoscere quel sapore di stantio, quella sensazione di compitino senz'anima. Potrei dire dove vanno a parare le canzoni ascoltandone solo i primi trenta secondi. Ginnastica per le corde vocali e per le dita di musicisti che ovviamente devono portare a casa la pagnotta e fanno quello che sanno fare meglio. Peccato che nella musica rock, che è musica romantica e progressista, la ripetizione sia poco tollerata, c'è bisogno di novità. Almeno un pizzico.

Mi vengono alcune riflessioni. Penso che così plastificato e riprodotto all'infinito il rock vada a tradire le sue premesse. È inascoltabile, quasi. Cosa resta se togliamo l'anima a una band come i Pearl Jam? Qualità tecniche non strabilianti, dei ritmi incalzanti, d'accordo, una bella voce. Ma tutto scolora nella noia, perché non c'è un'emozione a supportare la macchina che macina chilometri. Non c'è una sorpresa che sia una. Diventa come una catena di montaggio e i prodotti (brani) sfornati in serie sono quasi indistinguibili l'uno dall'altro.


O muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo. Penso al povero Kurt, penso ai Clash, questa musica non può durare troppo a lungo. Se nelle tue canzoni porti la ribellione, l'ardore giovanile di mettersi contro, non puoi pensare di proseguire per tutta la vita a proclamare la tua rivolta. Perché a lungo andare le rivoluzioni finiscono in dittatura.

Forse la band di Eddie Vedder non ha mai sposato appieno questa filosofia, e si trova oggi in questo limbo (o forse inferno?) aureo in cui continua come per condanna a buttar fuori dischi inutili, a fare tour sold out, di fatto annacquando il ricordo, consolidando la sensazione che il mestiere prevalga sullo spirito.

Ci sarebbe un'alternativa: la ricerca estetica. Sempre stato un fautore di questo filone, perché la musica rock, quando è curata, rappresenta tutto sommato un gran bel sollazzo per le orecchie di noi non più giovanissimi. Ma dev'essere supportata da una tavolozza di colori diversa. Forse i PJ hanno sempre difettato in questo: una gamma di sfumature tutto sommato limitata, e finché la vena creativa pompava forte, nessuno si sognava di metterli in discussione. Ma senza varietà, questi lavori senili assomigliano a copie sbiadite di mille riassunti.

“Black”, “Nothing Man”, “Corduroy” ti escono una volta nella vita. Non puoi pensare di trascorrere il resto della tua carriera a rincorre il miraggio di quelle canzoni perfette, senza accorgerti che ormai stai vagando nel bel mezzo del deserto.

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Riassunto del Bot

La recensione mette in luce un album stagnante e senza anima dei Pearl Jam, incapace di offrire novità o emozioni forti. L'autore critica la ripetitività dei brani e la mancanza di una vera evoluzione creativa, evidenziando come la band sembri più concentrata sul mestiere che sulla passione. Viene suggerita l'importanza della ricerca estetica, assente in questo disco. Dark Matter appare quindi come una copia sbiadita delle glorie passate del gruppo.

Tracce

01   Scared Of Fear (00:00)

02   React, Respond (00:00)

03   Wreckage (00:00)

04   Dark Matter (00:00)

05   Won’t Tell (00:00)

06   Upper Hand (00:00)

07   Waiting For Stevie (00:00)

08   Running (00:00)

09   Something Special (00:00)

10   Got To Give (00:00)

11   Setting Sun (00:00)

Pearl Jam

Pearl Jam, formazione nata a Seattle all'inizio degli anni '90, è tra le band più rappresentative del movimento grunge e del rock alternativo. Il gruppo è composto stabilmente da Eddie Vedder, Stone Gossard, Jeff Ament, Mike McCready e Matt Cameron, ed è noto per l'intensità dei live e per una discografia che include Ten, Vs. e Vitalogy.
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