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Pendragon
Love Over Fear

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Voto:

L’espressione “ritorno alle origini” mi fa sempre paura, mi toglie parte dell’entusiasmo, preferisco sempre che l’artista vada avanti piuttosto che indietro, che apra una nuova fase, ma accolgo tale annuncio comunque con positività, specie se quelle vecchie sonorità erano le migliori e hanno segnato un periodo di grazia per una band.

I Pendragon negli ultimi 15 anni hanno virato verso un post-prog moderno e dai suoni forti che lambisce anche il prog-metal in certi frangenti (specialmente nell’album “Passion”), realizzando una manciata di album grandiosi e suggellando il loro periodo “modernista”, ma ora hanno deciso di riscoprire il loro lato più melodico e arioso, la loro vena romantica e sinfonica, quella che ha caratterizzato il periodo 1991-2001 e che ha permesso loro di affermarsi fra i nomi top del neoprogressive.

Già ammirando la copertina si capisce dove la band vuole andare a parare, se nell’ultima e più spigolosa fase le copertine sono diventate più grigie e caratterizzate da soggetti più essenziali ecco che ora abbiamo di nuovo una copertina pittoresca, fiabesca ed incantata, stavolta a tema marittimo, con una sorta di grande e spumeggiante vortice marino cavalcato da squali e delfini in un tripudio di tonalità azzurre sgargianti. L’onda è volutamente esagerata ma effettivamente l’atmosfera che vi si respira è quella di un mare rumoroso ma che mette di buon umore, di una brezza marina che ti accarezza la pelle, di un sole che ti bacia la fronte, c’è un gran senso di positività, brillantezza e leggerezza che si avverte per tutta la durata dell’album.

Ebbene sì, in primo piano abbiamo di nuovo le tastiere lucenti e possenti di Clive Nolan, che tornano a creare un’atmosfera solare e colorata come ai vecchi tempi. Operazione nostalgia fine a se stessa? Non direi, chi teme una copia carbone di “The World”, “The Window of Life” “The Masquerade Overture” o “Not of this World” può stare tranquillo, se quel tipo di sound è la base del tutto la band ricama su quel tessuto in maniera intelligente, cercando di inserire anche elementi nuovi e diversi; probabilmente non è un disco rivoluzionario al punto da aprire una vera e propria nuova fase artistica per la band ma il mix di elementi suscita comunque interesse. Vediamo come…

Intanto il già citato Clive Nolan stavolta cerca di evitare suoni troppo zuccherosi e fiabeschi, quelli troppo di matrice AOR, così come i pomposi assoli di synth, tutta roba che abbondava nei dischi degli anni ’90; a rimandare a quel periodo sono perlopiù soltanto i tappeti dal carattere invadente e predominante; ad abbondare invece sono le parti al suono di mellotron, che si incastrano benissimo con quelle più moderne; l’album acquista così un vigoroso retrogusto anni ’70, un sapore a dire il vero mai appartenuto alla band (che come ripeto sembra aver attinto molto di più dai Marillion e dall’AOR), un nuovo approccio che si manifesta fin da subito quando parte l’attacco di “Everything”, che esordisce con il suono di un vecchio organo hammond che più settantiano non si può.

A ribadire l’influenza settantiana ci pensa poi Nick Barrett, che oltre a non rinunciare ai suoi lunghissimi assoli (un marchio di fabbrica ormai) inserisce diversi fraseggi acustici a 12 corde che sono un chiaro rimando ai classici Genesis; “Everything”, “Truth and Lies”, “Eternal Light”, “Afraid of Everything”, qualcosina anche in “Water”, in questi brani possiamo letteralmente farci accarezzare le orecchie da puliti e brillanti arpeggi, in particolare in “Truth and Lies” questi fanno da traino praticamente in tutto il brano, ricollegandoci con i Genesis sembra praticamente come se l’intro di “Supper’s Ready” venisse estrapolata per crearne uno spin-off.

Si riesce poi ad intravedere anche una lieve atmosfera celtica, sembra che la maggior parte dei brani, forse per via di certe tastiere corali, risultino particolarmente adatti come colonna sonora per un viaggio fra le verdi colline e le coste dell’Irlanda. Si tratta tuttavia di un’inflessione leggera ed appena percettibile… tranne in un caso, quello della frizzante “360 Degrees”, che si immerge seriamente nel folk irlandese in un’atmosfera letteralmente da festa della birra, con il mandolino a guidare ed un energico e strillante violino a far brillare il tutto. Un violino invece più triste e piangente lo troviamo in “Soul and the Sea”, decisamente più malinconica. L’atmosfera celtica si manifesta anche nella soffice ballad “Starfish and the Moon”, con un piano cullante e una chitarra quasi con un tocco alla Mark Knopfler, ricorda quasi i brani più lenti di Enya anche se lo stile di Enya è praticamente impossibile da imitare per quanto è unico. Da sottolineare inoltre come questo brano e “Whirlwind” (dove compare un volutamente opaco sassofono) sono di una delicatezza e di una lentezza piuttosto insolita per i Pendragon, impossibile non restarne ammaliati.

Tuttavia quanto accaduto nei più recenti album non viene buttato via del tutto. Certi fraseggi di chitarra dal suono freddo e pungente a metà fra Pink Floyd, Porcupine Tree e Radiohead permangono eccome ma molto più diluiti, si inseriscono nel tessuto sognante ed etereo dell’album mantenendo una certa continuità con i dischi precedenti. E comunque un brano che ha in tutto e per tutto le sonorità dei precedenti album c’è eccome (allo stesso modo in cui i precedenti album avevano qualche retaggio della fase più sinfonico-romantica) e si tratta di “Who Really Are We?”, un brano che poteva tranquillamente comparire in “Pure” o anche, per via della sua cupa componente acustica, in “Believe”; chitarre ruggenti alternate con altrettanto violente pennate acustiche, tastiere stridule e organi decisi, pure una parte con arpeggi cupi in stile classici Opeth e mellotron stavolta più grigi.

Altra caratteristica che di certo non può sfuggire è il frequente ricorso al reprise, più che in qualsiasi altro album del gruppo, sono numerosi i temi che vengono riproposti con arrangiamenti diversi in più brani.

Da citare poi l’esordio in studio per il batterista Jan-Vincent Velazco, che offre una prestazione tutt’altro che anonima, un drumming piuttosto colorato e con qualche colpo a sorpresa come ad esempio la genialata in “Water”, dove con una perfida rullata illude l’ascoltatore di una possibile parte più veloce che poi non arriva.

Uno dei dischi migliori dell’anno, dotato di una melodia brillante e di un’energia davvero positiva, perfettamente sospeso fra prog classico e neo-prog in un mix originale che non risulta per niente obsoleto, davvero grandioso!

Commenti (Sei)

pier_paolo_farina
pier_paolo_farina
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Ascolterò il disco e spero di ri-riscaldarmi coi Pendragon come quando li scoprii con l'Album "The World", che purtroppo è' rimasto l'unico a convincermi del tutto.
Una spugna, il boss dei Pendragon Nick Barrett: succhia felice nel biberon dei Pink Floyd Genesis Gilmour Hackett Gabriel Yes Marillon IQ e compagnia per poi risputar fuori musica alla sua maniera, ondeggiando fra queste varie concezioni del progressive.
Un gruppo derivativo quindi, ma tutto ok quando ci sono le melodie, i concetti, i suoni, l'equilibrio, l'entusiasmo, l'epicità, la convinzione.
Tutto palloso invece quando le melodie sono deboli, la chitarra di Barrett inutilmente prolissa (non è poi un chitarrista così creativo... ogni tanto si, e per un paio di minuti), le strutture dei brani troppo scopertamente ispirate a cose precedenti ed altrui.
Un gruppo da 7 come voto, i Pendragon. Spero che questo lavoro alzi un po' la media. Ripasserò magari, per aggiornarlo.
Ottima recensione.


perfect element
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Caspasian
Caspasian
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A fine '80 avevo il primo EP e "The Jewel" e insieme a Twelfth Night, Pallas, IQ e Eloy giravano bene sul giradischi. Di quella roba mi sono tenuto solo il primo dei Marillion che adoro. Mi hai fatto ricordare dei bei momenti passati.


MrDaveBoy73
MrDaveBoy73
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forse asoclzero ma non credo bella Derece comunque sono talmente giù che devo ascotare solo le mie cose e le cose che sono davvero dentro di me magar ascolterò, bravo clap clap !!!


Onirico
Onirico
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Bella rece. C'è uno o due assoli di chitarra in particolare che ti senti di consigliarmi? Più sono lontani dagli estetismi melliflui e lenti di Gilmour, meglio è.


splinter: Beh il migliore è quello di Truth and Lies ma lo è abbastanza, anche se in realtà gli assoli di Barrett mi sembrano più imparentati con quelli di Andrew Latimer.
federock
federock
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Album bellissimo, per me il loro migliore. Ricchezza musicale, assoli atmosferici e molto affascinanti, melodie azzeccate, varietà di stili...e le tastiere di Nolan garbate ma presenti il giusto (sentire quelle poche note maestose in Eternal light come siano determinanti nell'economia del pezzo, ad esempio).
Per me è stata una vera sorpresa, lo ascolto spesso e non stanca, non scade nel zuccheroso o nello stucchevole come a volte in passato.


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