Copertina di Poco Running Horse
pier_paolo_farina

• Voto:

Per fan storici dei poco, appassionati di country rock e rock classico, chi ama confronti tra epoche musicali
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LA RECENSIONE

Senza tirarla troppo alla lunga scelgo quest’opera del 2002 per riassumere e al contempo mettere a distanza gli ultimi deludenti trent’anni dei Poco che, dopo esser nati nel 1968 come gloriosi pionieri del country rock ed avere furoreggiato negli anni settanta con una folta sequela di dischi uno più bello dell’altro, negli ottanta si sono mantenuti ancora passabili per poi definitivamente fiaccarsi nelle decadi a seguire. Fino all’estinzione avvenuta nel 2021, in conseguenza dei decessi quasi contemporanei delle due colonne storiche del gruppo Rusty Young e Paul Cotton.

Purtroppo, similmente a molti (Dylan, Stones… per citare i più storici) e diversamente da altri (Bowie, Saga, Colosseum…) i Poco sono fra quei “dinosauri” anni settanta che si sono trascinati a lungo fino ad anni anche recenti senza combinare alcunché di rilevante, annacquando il loro lascito giovanile con insipide e smunte uscite discografiche di mezza e tarda età. Anche questo protrarsi di loro copertine colla solita grafica del cavallo… un espediente che appare ad un vecchio loro fan come un malinconico appiglio per catturare un’oncia di interesse residuo.

Per un ascoltatore venerante quale ero negli anni in cui essi non sbagliavano un colpo o quasi, m’infonde una certa irritazione il recidivo piazzamento sul lettore di un disco come questo e quel dover pazientare vanamente per quarantacinque minuti alla ricerca di una stilla di genio, di un passaggio ficcante, di una melodia memorabile, di un coro rigoglioso, di un guizzo anche solamente e semplicemente virtuosistico di Rusty Young su di una delle sue tante chitarre e affini.

Niente… encefalogramma quasi piatto, manierismo ed autoreferenzialità: “Running Horse” è una sequela di pop songs semi acustiche alla californiana, imbellettate con stereotipati ingredienti soft rock e prive di energia, di uno sbuzzo di brillantezza… I suoni sono morbidi, educati e… spenti, buoni per settantenni con problemi di erezione o di lubrificazione.

Sarebbe questa dunque la musica con la quale dovrei invecchiare? Manco per niente! Grazie di tutto gloriosi Poco, vi sono eternamente riconoscente ma quest’album ed i suoi simili nella mia discoteca non ci devono stare. Continuerò invece ogni tanto a sentirmi con gusto “A Good Feeling’ to Know” (1972) oppure “Cantamos” (1974), senza prestare orecchie e pensiero a come vi siete sbrodolati addosso nei vostri anni senili: R.I.P.

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Riassunto del Bot

La recensione valuta criticamente Running Horse dei Poco, considerandolo il simbolo del declino della storica band country rock. L’autore esprime nostalgia per i fasti anni '70, lamentando un album spento, manierista e privo di ispirazione. Consiglia ai fan di ascoltare i vecchi successi, ignorando le ultime opere. Il giudizio è fortemente negativo, tra disincanto e riconoscenza per il passato.

Poco

Poco sono un gruppo country rock statunitense nato a Los Angeles nel 1968 dall’incontro tra Richie Furay e Jim Messina (ex Buffalo Springfield) e il polistrumentista Rusty Young, con George Grantham e Randy Meisner. Pionieri del genere, hanno unito armonie vocali e steel guitar, vivendo vari cambi di formazione: Paul Cotton sostituì Messina nel 1970, Timothy B. Schmit subentrò a Meisner e poi passò agli Eagles. Tra i maggiori successi: l’album Legend (1978) con Crazy Love e Heart of the Night e la reunion di Legacy (1989) con Call It Love. L’attività termina di fatto nel 2021.
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