È durato solo quattro ore e dieci, e un po’ ci sono rimasto male. I siti e le pagine social parlavano di durate fantozziane: quattro ore e quaranta, duecento ottanta minuti, diciotto bobine, sei tempi. Niente di tutto questo. Sostanzialmente, si tratta della giustapposizione dei due film, con qualche passaggio tagliuzzato perché inutile (tra la fine del primo e l’inizio del secondo), una scena animata in più (la storia di O-Ren), qualche inquadratura differente, piccolissimi frammenti aggiuntivi, e la sequenza del massacro degli ottantotto folli a colori (prima era in bianco e nero per motivi di censura), che non è poco.
La scena aggiuntiva dopo i titoli di coda (in Cgi) me la sono persa perché in sala iniziava ad alzarsi una nebbia e l’afrore dei tanti nerd tarantiniani presenti si faceva pressante. E poi me ne ero dimenticato.
Il clangore delle spade
Ma è stata comunque una visione utile. Al tempo dell’uscita dei film non conoscevo ancora Tarantino, se non vagamente come nome citato qua e là, e non ho mai potuto vedere “Kill Bill” al cinema. La differenza, com’è ovvio, non è trascurabile. Perché questo è un film di immagini vorticose, ma anche e soprattutto di suoni: musiche azzeccatissime, diventate leggendarie quasi, e rumori. Rumori fortissimi, il clangore delle spade giapponesi è uno dei protagonisti assoluti. La violenza dell’acciaio in sala è esplosa in tutta la sua brutalità, niente a che vedere con le (infinite) visioni domestiche.
La sequenza del massacro alla Casa delle Foglie Blu mi è apparsa diversamente rispetto a come la ricordavo. Più tragica, faticosa, meno coreografica. Forse i colori saturi, forse la mancanza di musica in alcune parti, ho sentito più forte il lato drammatico, che comunque coesiste con quello ludico. Qui Tarantino gioca con i limiti del cinema di genere, enfatizza iperbolicamente ma poi concede sprazzi di compassione, quando la Sposa risparmia o vorrebbe risparmiare i più giovani membri dell’esercito di O-Ren.
Una struttura organica
La scoperta più importante riguarda la struttura organica del film. In passato mi sono sempre sembrati molto diversi, sbilanciati, come se fossero stati pensati così, già divisi. Invece ora mi è chiaro che la struttura funziona perfettamente sull’arco lungo dei dieci capitoli. Laddove i primi cinque costituiscono una sorta di introduzione coreografica, un tour de force tecnico, gli altri vanno al cuore dei sentimenti, definiscono compiutamente i personaggi e ne approfondiscono i conflitti. La leggerezza emotiva del primo tempo è funzionale ai carichi drammatici del secondo. Infatti la visione di oltre quattro ore scorre benissimo. Non me la sento di dire che una simile durata rappresenta un segnale di autoindulgenza dell’autore, perché il costrutto è tutto necessario.
Una saga da inventare
La forza di questo film, infatti, non sta solo in quello che vediamo, ma anche e soprattutto in quello che non vediamo, che ci viene accennato. “Kill Bill” costruisce una ragnatela di rimandi su un passato che ci viene mostrato solo in minima parte. Tarantino costruisce un mondo che sembra provenire da decine di film inesistenti: tutto dà l'impressione di avere una storia precedente che lo spettatore non vedrà mai.
I rapporti tra i personaggi sono sempre complessi, in divenire, e spesso richiamano vicende in cui maestri e discepoli si sono voluti bene e poi si sono traditi, odiati. Bill e Hattori Hanzō, Pai Mei ed Elle, la stessa Beatrix e Bill. Una saga di cui conosciamo solo alcuni frammenti, nonostante i numerosi flash back.
Il codice morale
La soglia tra bene e male è costantemente discussa, sottotraccia. Un film di spade e bagni di sangue che riesce a snocciolare in qualche modo un senso morale: Bill ha tradito i principi che Hattori Hanzō considera sacri, Elle ha tradito il codice di Pai Mei, Beatrix ha abbandonato Bill proprio perché, nel momento in cui era incinta, non poteva più abbracciarne le regole a-morali.
Anche i “cattivi” si mostrano vacillanti, in questo senso: Vernita Green e la Sposa non vogliono combattere davanti alla piccola Nikki, O-Ren si scusa prima dello scontro finale, Bill ed Elle sostengono entrambi che “quella donna meritava di meglio”, salvo poi fare del loro peggio quando la incontrano. Lo stesso Bill tenta in qualche modo di spiegarsi, nel dialogo finale. Mentre la Sposa, pur di ottenere vendetta, non si fa problemi a stroncare decine di vite che con la sua storia non c’entravano nulla. Non c’è nessun buono, qui.
Ed è questa la sintesi perfetta: tutti i personaggi intuiscono un senso etico, ma non possono disobbedire alle stringenti regole del loro mondo di assassini. Beatrix, invece, fa l’esatto contrario: per obbedire al suo sentimento etico di mamma, infrange ogni steccato del cinico sistema di cui faceva parte.