Roger Hodgson
Rites of Passage

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Voto:

Roger è uno dei miei massimi idoli: musicalità assoluta, estro compositivo (anche se piuttosto scemato con gli anni), capacità totale di arrangiamento fino all’ultimo colpo di tom tom, abilità e peculiarità sia vocale che su diversi strumenti, liriche toccanti. E poi umiltà, pacatezza e… un bel sorriso limpido, quello di un uomo giusto.

Però l’Hodgson strepitoso e impagabile è quello, e solo quello, di quando stava nei Supertramp. Nessuno dei dischi (pochi: quattro), dei brani composti dopo l’ormai quarantennale divorzio da quella band è comparabile alle migliori, epocali cose prodotte con loro fra il 1974 e il 1981, il lungo periodo d’oro di quella formazione.

Questo “Riti di Passaggio” è il terzo dei suddetti quattro album solisti. Uscì nel 1997 e salta subito all’occhio l’inusualità della sua struttura, caratteristica questa che però trova spiegazione se si va ad indagare un poco sulle vicende e le scelte di vita di Roger in quegli anni.

Si, perché nell’opera in questione sono contenute dodici canzoni, tutte eseguite dal vivo, delle quali:

_N.5 sue composizioni nuove di zecca (una di esse verrà ripresa in studio, con arrangiamenti più curati, nel successivo lavoro di fine millennio “Open the Door”).

_N.2 brani composti, e pure cantati(?), dal chitarrista presente in quei concerti Mikail Graham

_N.1 pezzo composto e cantato da suo figlio allora diciassettenne(!), Andrew Hodgson

_N.1 canzone ripresa da “In the Eye of the Storm”, suo primo album solista datato 1984

_N.3 riproposte di super classici dei Supertramp a sua firma.

Come mai questo potpourry? Hodgson, al tempo, era reduce da molti anni lontano dalle scene. Alla nascita di due figli e conseguente desiderio di crescerli fattivamente, si era addizionato un brutto incidente casalingo che gli aveva provocato fratture ad entrambi i polsi ed relativa, lunga rieducazione prima di poter rimbracciare gli strumenti. Il tutto in un contesto di volontaria segregazione in piena Sierra Nevada, in mezzo ai monti della California, per sfuggire allo stress di Los Angeles… Tutto ciò l’aveva portato alla decisione di lasciar perdere la sua carriera, rifiutando nel 1990 persino un’offerta, da parte degli Yes, del ruolo di voce solista! Peraltro, tracce della sua presenza si trovano nel loro album “Talk”.

Fu allora la moglie Rakuna a cavarlo dal buco ed a spingerlo di nuovo sulle scene. Così, nel 1997, ci fu questo giro di concerti e la progettualità della consorte si spinse ad improvvisare sé stessa come produttrice di quest’album!

La consistenza musicale del suddetto è quella media delle opere di Hodgson solista: buona, interessante ma proprio niente di epocale. Sulle reinterpretazioni di tre dei suoi capolavori coi Supertramp (“Take the Long Way Home”, “The Logical Song” e “Give a Little Bit”) c’è poco da dire: mirabili sono e mirabili restano, anche perché oltre alla voce del loro autore è presente anche il sassofono dell’ex compagno di gruppo John Antony Helliwell! Per sua e nostra fortuna Hodgson era riuscito a farselo prestare dagli ancor vivi e vegeti Supertramp di allora, e con gli interventi puliti e ficcanti di questo ottimo, ottimo musicista, è tutto un altro andazzo rispetto a qualsiasi altro suonatore di sax proponibile. Helliwell qui è perfetto, comunicativo ed efficiente come sempre, e viene buono anche per colorare le nuove composizioni con le sue fioriture ed i suoi assoli.

Nuove composizioni le quali, come già detto, sono valide ma non troppo memorabili… Accidenti! Questo brav’uomo colla facciotta e i capelli da paggio e il naso adunco che più britannico non si può, ha disseminato gli anni settanta di perle inestimabili, ma passata quella fase giovanile non c’è stata più trippa per gatti… tanta musicalità bravura e piacevolezza, ma niente più di epocale, statuario, fantastico.

Accontentiamoci e andiamo avanti: anche la resa di “In Jeopardy”, l’episodio ripreso dal suo primo e chiaramente migliore album solista, è molto efficace, trascinante col suo caratteristico pianetto ribattuto “a ‘la Supertramp” che resterà imperituro nella memoria di chi tiene presente i vari stili di pop rock succedutisi nella sua storia.

Un accenno ai tre episodi che vedono Roger a margine: Il paio di brani composti e cantati da Mikail Graham sono piacevoli ma non c’entrano nulla col titolare dell’album, essendo dei rhythm & blues scolastici e americaneggianti. Infine la canzone composta, suonata al piano e cantata dal giovane Andrew Hodgson è un lento atmosferico e malinconico, di buona qualità, meno fuori dal contesto rispetto ai contributi del chitarrista.

Oggi Roger Hodgson è, per mia gioia, ancora in pista, ma solo per tenere concerti celebrativi del suo grande passato. Non pubblica nuova musica da più di vent’anni… accontentiamoci che sia in buona forma, soprattutto vocale dato che è ancora perfettamente capace di tirare quegli acuti virtuosi (no falsetto: è voce piena) e di maneggiare pianoforti e chitarre con un savoir faire invidiabile.

Spesso riceve cinque, dieci minuti di applausi dal pubblico alla sola sua entrata in scena, prima di suonare una singola nota: segno dell’infinita riconoscenza che molta gente ha per lui, per la serenità e le riflessioni profonde e il benessere portati dalle sue musiche e dai suoi testi migliori, ma anche per il suo specchiato karma di uomo dolce e giusto. Lunga vita a lui.

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