Sognare ci aiuta a vivere meglio la nostra vita.
Anche viaggiare è un´attività che può aiutarci a vivere meglio la nostra vita.
Ronald Theodor Kirk si era aggrappato a queste due “ancore di salvezza” fin da piccolissimo per resistere al suo destino beffardo.
Nato il 7 agosto del 1935 a Columbus in Ohio, conobbe il buio quando all´età di due anni diventò cieco in seguito alla somministrazione di una dose sbagliata di un collirio oftalmico.
Vivendo al buio amava molto sognare. Al buio, in modo molto più potente che alla luce, l´onirico trova il modo di irrompere nel quotidiano. Da giovanissimo fu proprio su ispirazione di un sogno che decise di modificare il suo nome in Roland e in seguito, sempre grazie ad un sogno fatto all´inizio degli anni ´70, decise infine di aggiungersi Rahsaan (colui che viaggia), forse per continuare il viaggio della sua pur breve ma intensa esistenza nella sua immensa arte sonora.
Kirk raccontava spesso che, non potendo leggere la musica, molte delle sue intuizioni musicali gli arrivavano direttamente nei sogni. Non si trattava solo di una vaga ispirazione: lui amava ripetere che mentre dormiva ascoltava complete composizioni, comprensive degli arrangiamenti, delle parti strumentali con le strutture sonore già ben definite. Uno dei brani più citati a tal proposito era “Serenade to a Cuckoo”. Roland affermava, infatti, di averlo “ricevuto” in sogno, quasi come se fosse già pronto, tanto che al risveglio non aveva dovuto far altro che riprodurlo con gli strumenti e registrarlo. Facile come sognare, non vi sembra?
A partire dai sedici anni, quando sognò di suonare più strumenti a fiato contemporaneamente, si prefisso´ di raggiungere questo obiettivo. Da quel momento iniziò l´incredibile costruzione di una tecnica che non aveva precedenti. Studiò fino a diventare un cieco di colore, che sfoggiava abiti sgargianti, con tre sassofoni (un tenore, uno strich e un manzello scovati in un negozio di antiquariato musicale), un flauto, un clarinetto, vari fischietti e sirene tutti appesi al corpo, tanto da sembrare più un saltimbanco che un solista di musica jazz. Ma fermarsi a questa immagine significava sottovalutare Kirk che era tutt´altro che un effetto speciale: era un archivio musicale vivente, un sistema di conoscenze sonore che si manifestava in tempo reale.
“Rip Rig & Panic” (SLML4015), pubblicato nel 1965 dalla Limeligth Records (casa satellite della Mercury Records), di “Rahsaan” Roland Kirk è uno di quei dischi che non si possono raccontare senza iniziare il viaggio nella mente e nei sogni del suo autore. Si tratta di un album jazz che è diventato un manifesto visionario in cui tradizione, sperimentazione e teatralità convivono in uno stato di grazia sospeso in un allerta permanente, proprio come suggerisce il suo titolo.
Kirk stesso spiegò il titolo del suo capolavoro come se fosse una sorta di parabola: Rip corrisponde al sonno (“… Morire, dormire. Dormire, forse sognare …”), Rig alla rigidità mentale (il rigor mortis?!), infine Panic alla reazione che si può avere quando qualcuno improvvisamente rompe gli schemi.
In generale, l’intero album ha un concept notturno: i temi che emergono, si dissolvono, ritornano trasformati. Questo tema attraversa tutto il disco: è musica che vuole risvegliare le coscienze dal torpore della vita quotidiana.
Si parte con “No Tonic Pres”. Un´apertura fulminante, costruita come omaggio a Lester Young. È un pezzo veloce e nervoso. Kirk parte da un linguaggio swing deformandolo dall’interno, inserendo fratture ritmiche e improvvisi scarti timbrici con il pregevole supporto di Jaki Byard al piano, ed è già Panic.
“Once in a While” è una ballata apparentemente più tradizionale, ispirata a Clifford Brown.
Qui emerge il lato lirico: il suono del sax tenore è caldo, quasi nostalgico, ma continuamente attraversato da incrinature sostenute dalle linee di basso pulsanti di Richard Davis. Assomiglia a un ricordo oscillante che non riesce a restare stabile nella memoria.
“From Bechet, Byas and Fats” è un omaggio triplo all’arte di Sidney Bechet, Don Byas e Fats Waller. Kirk mette in scena la storia del jazz strutturandola come un collage simultaneo: non una citazione filologica, ma una reincarnazione deformata. Il passato diventa materia viva e instabile.
“Mystical Dream” è l´emblema del disco. Roland suona tutti i suoi fiati insieme creando un effetto quasi allucinatorio. In particolare la parte di flauto richiama Herbie Mann, che condivide con lui il merito di aver introdotto a pieno titolo questo strumento nella musica jazz. Il brano fluttua, come un sogno che cambia scena senza preavviso. È uno dei momenti in cui tecnica e immaginazione coincidono perfettamente. Nasce esplicitamente da un sogno e sembra costruito come un flusso onirico: frammentario, simultaneo, privo di gerarchie.
La title track “Rip, Rig & Panic” è il manifesto dell´opera. Parte da una struttura relativamente riconoscibile e poi la disintegra. Cambi di dinamica, esplosioni improvvise, dialoghi serrati con la batteria di Elvin Jones, in stato di grazia. Qui il Panic è reale: l’ascoltatore perde tutti i punti di riferimento.
“Black Diamond” è una composizione di Milt Sealey, più lineare ma non per questo meno intensa.
Funziona quasi come una pausa relativa: il gruppo mostra quanto potrebbe risultare convenzionale se solo volesse farlo. Tuttavia anche qui Kirk inserisce sottili deviazioni che impediscono ogni facile adeguamento al mainsteram.
“Slippery, Hippery, Flippery”, come anticipa il titolo, è un finale ironico (la sirena dell´ambulanza) e sfuggente. È un gioco ritmico continuo, quasi danzante, ma sempre sul punto di scivolare via. Il disco si chiude senza una vera conclusione: coerente con la sua natura di flusso irregolare e imprevedibile.
Il cuore pulsante di questa “esperienza musicale” è la tecnica di Kirk: quella dello humming o “suono parlato” e quella della respirazione circolare o “supersoffio”, in seguito fonte di ispirazione per molti altri musicisti. Il “supersoffio” non è un virtuosismo. È il mezzo con cui il musicista rompe il torpore (Rip), ci scuote dalla rigidità (Rig) e provoca il nostro risveglio (Panic). In questo senso, “Rip, Rig & Panic” è un’esperienza percettiva che chiede all’ascoltatore di uscire dalla propria immobilità mentale, esattamente come intendeva il suo autore.
Questo album è considerato allo stesso tempo uno dei più importanti di Roland Kirk e una pietra miliare del jazz, anche se il jazzista non è stato mai gradito ai critici della sua epoca. Lo consideravano un freak, un fenomeno da baraccone. Questa sua capacità tecnica è sempre sembrata bizzarra a prescindere dalla musica che sapeva proporre.
A proposito di Bird, Charles Mingus una volta disse: "Look at those critics who keep talking to each other. They don't hear anything". I critici musicali erano tutti bianchi e per essergli graditi bisognava suonare una musica che potessero capire, che potessero inquadrare negli schemi consolidati del mainstream: questo si può fare, quest’altro no, questo è jazz, quest’altro è solo pop. In altri termini, la cultura accademica che formatta qualsiasi fenomeno trasformandolo in tendenza, impossessandosene e cristallizzandone le regole di mercato. Per la gente del ghetto la musica di quel periodo non era una scelta stilistica. Significava piuttosto mettere insieme il pranzo con la cena. Se ti pagano, puoi suonare e cantare qualunque cosa e se hai la pelle nera i bianchi si aspettano che tu suoni solo la musica “nera”, anche se tu ami Antonín Dvořák.
Nonostante ciò la sua influenza sulla musica non si è mai interrotta. Non solo nel jazz. Jimi Hendrix lo considerava il suo musicista preferito. Ian Anderson trovò in lui la chiave per portare il flauto nel rock. Il trombonista Steve Turre raccontava di come Kirk lo costringesse ad ascoltare i dischi al buio, per riuscire a concentrare tutta la sua attenzione esclusivamente sul suono. Non era una lezione teorica, era una vera e propria esperienza sonora.
Roland Rashaan Kirk fu anche uno dei musicisti più esplicitamente militanti del jazz moderno. Con il Jazz and People’s Movement "irruppe" in diversi talk show televisivi per denunciare l’assenza sistematica di musicisti neri dai media mainstream. Non cercava il consenso, tutt´altro cercava il conflitto come mezzo di visibilità. Mitica la sua esibizione all’Ed Sullivan Show, quando in un gesto di sfida cambiò la prevista esecuzione di “My Cherie Amour” con “Haitian Fight Song” di Mingus. La sua musica diventava un atto di ribellione pubblica. Proprio il suo sound, considerato dai puristi sgraziato, dissonante, perfino stonato, diventava rappresentativo della varietà di fermenti che attraversavano le comunità e l’arte afroamericane degli anni ´70. Il movimento dei Musulmani Neri, il Free Jazz, il blues, le lotte per i diritti civili. La sua musica lo identificava, proprio come la scelta del nome Rahsaan, affiancandolo al rifiuto dei cognomi imposti dai “padroni bianchi”, lo stesso rifiuto che aveva fatto scegliere a Malcolm Little di diventare Malcom X.
La sua resilienza è altrettanto leggendaria. Quando nel 1975 fu colpito dal primo ictus cerebrale restò semiparalizzato tanto che dovette far modificare tutti i suoi strumenti in modo da riuscire a suonarli con una sola mano. In un concerto tenuto al Ronnie Scott´s Club a Londra riuscì ancora una volta a suonare in modo magistrale due sax contemporaneamente. Un secondo ictus lo ha portato via nel 1977, a soli 42 anni. Aveva appena concluso un concerto al Bluebird a Bloomington, nello stato dell´Indiana.
Il suo groove, a distanza di tanti decenni, è ancora indomito e attualissimo. Continua a colpire al cuore l´ascoltatore, per energia e risolutezza. Resta ancora il “respiro circolare” che non accetta di fermarsi, la nota che si rifiuta di finire. Rahsaan Roland Kirk non suonava jazz, suonava la vita stessa, con tutta la sua disordinata bellezza, la sua necessaria brutalità e la sua irriducibile ricerca di libertà.
"It's the trick they use, our masters. They make us famous and give us names: the King of this, the Count of that, the Duke of that. We'll die without a penny anyway. Sometimes I think I'd rather die than face this world of white people.": cit. Charles Mingus.