Oggi vi ruberò i soliti 10 minuti per descrivere quello che incarna la rappresentazione di un classico flop. E’ bene dire fin da subito che a mio parere è giustificato in quanto non è stata raccontata bene una storia che aveva anche un discreto potenziale. Ron Howard è il regista di “Eden”: un thriller psicologico la cui trama è liberamente ispirata ad una storia svoltasi tra la fine degli anni ’20 e inizio anni ’30 del secolo scorso. Gli eventi accadono sull’isola più remota dell’arcipelago delle Galapagos poste a 1000 km dalle coste occidentali dell’Ecuador. Un pezzo di terra che al tempo era completamente intonso, popolato unicamente da animali e vegetazione.

Nella trasposizione cinematografica un filosofo oscuro scappa dalla marcescente ed oscura Europa che, attanagliata dai primi venti di crisi economica globale e dittature, è diventata, per lui e la sua compagna, un posto semplicemente invivibile. La coppia dopo un lungo peregrinare trova infine il suo posto in quest’isola ai confini del mondo e comincia a prendere forma il progetto di scrivere un’opera filosofica enorme ed essenziale: il testo sarà così potente e dirompente che renderà possibile un nuovo inizio per l’umanità. Sull’isola sporadicamente passano dei pescherecci che portano la posta e fanno da tramite con il mondo civilizzato. Sarà proprio la notorietà dell’impresa, fomentata da altisonanti articoli di giornale, che farà sì che la situazione, apparentemente stabile, muti.

Il primo sasso che, cadendo, increspa il placido specchio d’acqua è rappresentato dall’arrivo di una apparentemente fragile coppia tedesca con figliolo al seguito. Il secondo elemento di disturbo è determinato invece dall’arrivo di una esuberante nobildonna in compagnia dei suoi schiavi-spasimanti. La “baronessa”, eccitata da questo nuovo mondo, ha deciso di voler costruire dal nulla un hotel di lusso ed è convinta che per erigerlo sia sufficiente volerlo con tutte le forze.

Senza tirarla troppo per le lunghe, l’opera non lo merita, la convivenza dapprima gelida degenera in un prevedibile crescendo.

Posto che la sceneggiatura è stata romanzata quello che non mi è piaciuto sono stati gli eccessi. Alcune scene, come quella del parto, sono talmente caricaturali ed esagerate che pur essendo molto cruente e realistiche appaiono quasi ridicole e tolgono credibilità al racconto. Alcuni personaggi sono ben resi come quelli della seconda coppia di coloni (Daniel Brühl in particolare rispetto ad una onesta Sydney Sweeney). Vanessa Kirby è capace di saper vestire i panni della compagna del filoso, (Jude Law) e di impersonificare la delusione crescente. La mancata realizzazione del progetto nel quale aveva riposto tutte le aspettative della sua vita si impossessa di lei e lo riusciamo a percepire nelle sue espressioni potenti e disperate. Il ruolo della baronessa, interpretato molto male da Ana de Armas, è a tratti imbarazzante ed è completamente fuori fuoco. Sembra davvero una pessima recita di teatro.

Non ho apprezzato l’uso eccessivo del contrasto con le bellezze naturali incontaminate. Forse il messaggio voleva essere che l’uomo ha l’innata capacità di rovinare ogni cosa, anche la più pura, con la sua sola presenza ma mi è sembrato un uso del colore troppo pacchiano. Siamo all’equatore e sembra di essere in Scandinavia. Ogni tanto il regista ci propina delle immagini di fauna e flora che appaiono totalmente fuori contesto e fini a sé stesse per quanto esteticamente molto belle.

In definitiva trovo che sia un’opera confusa e decisamente troppo lunga. Se voleva essere un thriller è eccessivamente caricaturale e scontato; se voleva essere un’opera filosofica il messaggio che lancia è a voler essere generosi confuso e fin troppo tenue. La sceneggiatura modifica un botanico in un filosofo per dare più appeal ad un intreccio senza tensione e ricama lo sviluppo narrativo sulla base delle due versioni antitetiche lasciate da alcune superstiti.

Pur essendo un’opera tecnicamente di buona qualità, non inguardabile o fastidiosa e in parte anche ben recitata, trovo che lasci ben poco allo spettatore dopo la sua visione. Peccato perché c’erano gli elementi per dare alla luce un prodotto decisamente migliore. Mi rendo conto che quest'ultima frase non vuole dire molto e pertanto cerco di argomentare. Se il regista voleva renderlo un thriller, allora avrebbe dovuto calcare la mano con la colonna sonora; avrebbe dovuto farci entrare maggiormente nella psiche di queste persone che dopo avere lasciato tutto hanno realizzato di essere finiti nel nulla. Si sono pentiti di quello che hanno fatto ed il risultato è che sono esplosi. Tutto invece è così misurato e ovattato che lo fa apparire falso come una scenografia di carta pesta.

N.B. La perdita secca dell’opera è stata di oltre 30 milioni di dollari.

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