Quanto avrei voluto apprezzare Anemone, che attendevo come nessun altro film in uscita lo scorso anno.
Non considero Ronan Day-Lewis un nepo baby nell'accezione negativa del termine poiché i suoi genitori sono entrambi figli d'arte, e il fatto che tu debba provenire dal nulla per fare qualcosa di decente lo trovo un concetto stantio.
D'altra parte il peso del ritorno di Daniel su un set è un macigno che un regista alle prime armi deve tenere in conto; croce e delizia ma in questo caso più la prima.
Padre e figlio firmano insieme la sceneggiatura di questo progetto che -sia chiaro- tra colonna sonora e fotografia è molto piacevole. Il problema sta nel non detto, perché per quanto io detesti i film "spiegoni" a volte quel qualcosa in più devi fornirmelo.
I due fratelli (Ray e Jem) interpretati magistralmente dal già citato Daniel Day-Lewis e da Sean Bean ci fanno intuire coi loro sguardi e i loro silenzi (intervallati da attimi di follia alcolica, jogging e danse macabre) la dinamica del loro rapporto maggiore/minore. Ma oltre a due monologhi del primo sugli avvenimenti che lo hanno portato alla clausura nei boschi, come intende raggiungere un apice una volta per tutte? Non lo fa.
I traumi del protagonista (e del giovane Brian) non sono così taglienti da giustificarne i comportamenti, ma questo potrebbe essere un mio errore di valutazione dato che mi aspettavo tanto altro; però quando si giunge al nocciolo della questione arrivano i titoli di coda.
Sono carrelli che vanno avanti e indietro regalando belle inquadrature, nulla da contestare sulla forma; ma rimane un "Paris, Texas" che si interrompe a metà.