Rufus Wainwright is back!
Dopo l'omonimo, 'Poses' e l'accoppiata 'Want One' e 'Want Two', torna finalmente sugli altoparlanti il cantautore americano più controverso e lontano dai riflettori nel panorama attuale, paragonabile solo per attitudine ai vari Antony, Bonnie 'Prince', Bright Eyes e Sufjan Stevens, ma con uno stile personale, debitore al massimo della scuola Neil Young e/o Scott Walker (e qui mi fermo con i riferimenti altrimenti passo per l'ennesimo citazionista rompiballe). Chi ha apprezzato i capitoli precedenti, non mancherà di certo a questo appuntamento, ritrovandovi la stessa voce straziante e corposa di sempre, simile ad un Thom Yorke (ecco che ci sono ricaduto) riappacificato col mondo, più l'immancabile apporto orchestrale a tratti pomposo, a tratti drammatico, a volte epico. Anche stavolta evito di entrare nel dettaglio della descrizione track by track, per non annoiare in primis, ma soprattutto per lasciare spazio alla libera fruizione che genera sempre quel fremito di sorpresa e curiosità.
Giusto per non deludere il malcapitato lettore potrei nominare qualche traccia, a mio modesto parere fra le migliori: l'opener "Do I Disappoint You", maestosa e cinematografica nel suo incedere marziale, sorretta dall'orchestra e dal coro gospel; la successiva "Going To A Town", malinconica e perfetta per crogiolarsi nei propri sogni irrealizzati; "Nobody's Off The Hook", col piano e la voce di Rufus al centro della scena, a dialogare con miraboli melodie d'archi; "Between My Legs", spiazzante all'inizio per quella vena pop rock estranea al corpo, ma che attecchisce senza rigetto, grazie all'innata propensione alla melodia del nostro; la conclusiva "Release The Star", blues ballad dal sapore retrò, arricchita da una sezione fiati in gran spolvero e che chiude nel modo migliore questo viaggio nel mondo Wainwright.
Elegante, struggente, filmico, è la colonna sonora di questi tempi moderni, in bilico tra autocelebrazione ed autodistruzione. Un disco che non si discosta di tanto dai lavori precedenti, che regge benissimo il paragone con le cose migliori fatte in passato, ma che forse (e ripeto forse) può suonare di maniera (o mestiere), dato il perpetrarsi di temi e struttute lungo la sua discografia, ma che personalmente non dispiacciono e che riportano Rufus Wainwright, se ancora ce fosse bisogno, al centro dell'attenzione internazionale, quale artista dalla personalità complessa, ma dal suono universale.
"Un lavoro piuttosto disomogeneo e pieno di alti e bassi, con alcuni passaggi che lasciano decisamente perplessi."
"'Going To A Town' dà vita a una ballata tanto dolente e amara quanto autentica ed affascinante."