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Ryan Murphy
I Diari di Andy Warhol

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I diari di Andy Warhol, è una docuserie Netflix di 6 puntate da 1h circa ciascuna.

Tali diari, vennero pubblicati dopo la sua morte improvvisa, avvenuta nel 1987, a causa di sopraggiunte complicazioni in seguito ad un’operazione chirurgica volta alla rimozione della cistifellea.

Ho trovato la serie davvero interessante e ben strutturata, dal montaggio ai titoli di testa, alla colonna sonora. Si avvale di numerosissime e straordinarie immagini di repertorio sia della vita pubblica che privata di Warhol. Tantissime anche le testimonianze, le interviste, gli aneddoti.

In termini di minutaggio, è stata preferita la scelta di focalizzare l’attenzione nel periodo successivo al suo attentato, avvenuto nel 1968, per mano di Valerie Solanas, una dei tanti artisti “pazzi boemiénne” che gravitavano intorno alla straordinaria Factory.

Andy, sopravvisse per miracolo. Tale episodio, lo segnò profondamente per il resto della vita, sia umanamente che artisticamente.

Prima di vedere questa docu-serie, conoscevo Warhol per grandi linee.

Sono rimasto molto, molto colpito sia dall’artista che dall’uomo. La fascinazione, il carisma, l’intelligenza, l’estro e dio sa quant’altro di questa imprescindibile figura iconica della Pop-Art del XX° secolo, mi ha rapito ed ipnotizzato quasi subito, fino a provare un sentimento di familiarità e, come si suol dire oggi, “empatia”. La cosa mi ha spiazzato, in quanto nel mio immaginario vedevo Warhol come una figura fredda e distaccata, beh non era così. Sebbene ebbe a dire che gli sarebbe piaciuto essere una “macchina”, è la sua parte “umana” che lascia il segno.

Andy, di origine cecoslovacca (Warohla è il suo vero cognome) nacque a Pittsburgh in Pennsylvania nel 1928. Ultimogenito di tre figli, soffre psicologicamente, durante l’infanzia, per la sua fragilità fisica, la sua “bruttezza” determinata dalla sua figura esile, dall’acne, da quel grosso naso a patata sempre rosso, dagli occhiali, dal suo essere androgino. Una facile preda per i bulletti di scuola e di quartiere, per la sua non-celata “diversità”. Ne soffrirà per tutta la vita.

Appena ventenne, si trasferisce a New York e si afferma rapidamente, dapprima come grafico pubblicitario, poi, si mette in proprio ed inizia a creare la sua arte, i suoi dipinti, fino all’apertura della Factory che già nella prima parte della sua carriera lo consacra come faro-guida ma ancor più come “catalizzatore” del fermento artistico di quell’epoca, parliamo dei primi anni 60. Aperta a qualsiasi forma d’arte, dal dipinto alla scultura, dal cinema alla musica, teatro, letteratura, poesia, la Factory consegnerà alla storia alcuni artisti a loro volta immortali, si pensi ai Velvet Underground. Ci si vien da chiedere quanto e come avrebbe potuto continuare tale fenomeno se non ci fosse stato l’attentato. I più, dicono, in ogni caso, poco, per via della assai problematica gestione di tali personaggi debordanti, perlopiù dediti ad un uso massiccio di alcool, droga e …sesso. La storia ci ricorda, purtroppo, che spesso tale stile di vita brucia in fretta la vita stessa. Quando si corre troppo, si sa, la benzina finisce presto (ma non diciamolo ai Rolling Stones).

Tipico del genio, dell’essere superiore è “essere avanti” ovvero anticipare i tempi, ed in questo senso, Andy Warhol, ne è un esempio lampante, unico, irripetibile. Intuisce dove stiamo andando, dove sta andando la sua America, figura centrale di tutta la sua opera, ed eleva a forma d’arte ed espressione di cultura il “prodotto”. Dalla celebre scatola di pomodori Campbell alla Coca-Cola, alla serie sui dipinti in serigrafia della sedia elettrica e degli incidenti mortali automobilistici con i corpi aggrovigliati, contorti e straziati tra le lamiere ma senza alcuna morbosità, senza alcun intento vouyeristico ma solo come fotografia del presente, fissità del reale, cronaca muta… passando poi per il periodo dei ritratti: Marylin, Elvis, Mao-Tse-tung, fino a The Last Supper dove il cerchio si chiude… Il tutto nel suo inconfondibile stile “psichedelico” colorato ed abbacinante, disturbante e trasversale. La sua produzione è sconfinata, sia per tematiche, che tecniche artistiche. Dai ritratti alle serigrafie al camouflage… e tutto ciò non rende minimamente ancora l’idea della sua portata, della sua variegaticità (sì, è un neologismo l’ho coniato or ora). Già, perché Andy Warhol, di nuovo in anticipo sui tempi, vende anche e soprattutto se stesso. Vive in un eterno presente, snasa e stana e crea in anticipo qualsiasi tendenza e riesce a farlo nel corso di 30 anni, pensate solo ai “15 minuti di celebrità” da lui profetizzati più di 40 anni fa... Oggi avviene quotidianamente, pensate ai video di tiktok, 15 minuti di celebrità per tutti… 15 minuti di “arte degenerata”.

Fagocitato egli stesso dai main-event, è un uomo profondamente irrequieto, in continuo movimento. È sempre in prima fila ad un qualsiasi evento mondano e stringerà relazioni più o meno significative praticamente con tutte le più importanti ed imprescinibili figure dell’arte, dello spettacolo e della politica americana.

Arriverà perfino ad una collaborazione artistica con un’altra figura “mitologica” nel panorama artistico americano, quel Basquiat che morirà prematuramente per un letale mix di droghe nel 1988, 18 mesi dopo di lui, a soli 27 anni…

L’Andy Warhol uomo, mi ha colpito quanto se non di più dell’Andy Warhol artista. Era un uomo, sostanzialmente buono, ma soprattutto “vero” sebbene questa affermazione cozzi in un certo qual modo con il suo stile di vita così vacuo ed artificioso ma, ripeto, la vita privata di Andy Warhol, la sua intimità, i suoi pensieri, hanno ben poco a che vedere con la sua figura mondana ed artistica sebbene in un certo qual modo si “fondano”. È difficile da spiegare, ma questa in fondo è solo la mia impressione, il mio giudizio. Ammetto di averci capito ben poco in fondo, tanto che, mentre vedevo la serie, la testa spesso mi diceva “eh ma sarebbe da ri-vedere”…

Andy Warhol, più di ogni cosa forse cercava l’amore. L’amore eterno, quello di un compagno di vita. E dire che forse lo aveva trovato anche piuttosto presto, già alla Factory, quando conobbe Jed Johnson, più giovane di lui di 20 anni che davvero gli voleva bene, si volevano bene. Jed era dolce e premuroso e non approvava lo stile di vita di Andy, le sue uscite in discoteca, le sue frequentazioni, gli amplessi gay, di nuovo il sesso e la droga. Era circondato da gente strafatta ed orribile, su tutti, il laido Victor Hugo. A lungo andare Jed lasciò Andy e Warhol soffrì come un cane…

Beh, per chi non lo conosce e desidera vedere questa serie, che consiglio caldamente, sto quasi spoilerando.

La chiudo qui, consapevole di aver scritto un decimo di quello che vorrei dire (ed un centesimo di quello che ci sarebbe da dire), che sento dentro ma che non riesco a tirar fuori in modo organico. Avevo questa sensazione prima di accingermi, era una sensazione corretta.

Il Nulla ci sta fagocitando.

La realtà non esiste.

Non si percepisce alcuna atmosfera mentre si vive. L’atmosfera viene dopo, quando si ricorda.

L’inferno ed il Paradiso sono ad un soffio.

Commenti (Cinque)

Poldojackson
Poldojackson
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Modifica alla recensione: «x». Vedi la vecchia versione I Diari di Andy Warhol - Ryan Murphy - recensione Versione 1


sfascia carrozze
sfascia carrozze Divèrs
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Per intanto seppia che qvesto sparuto decimo invoglia alla ricerca dei restanti nove attraverso la visione, o volendo, anche novantanove.
Ecco.


Poldojackson: Ci ho dovuto ragionare un po' per cogliere il senso del commento sfascio-criptato... la X!
Stanlio
Stanlio
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Chapeaux all'artista che fu, aveva molte idee ed è riuscito a dargli vita, parafrasando FDA dal "letame" della sua esistenza son nati molti "fiori", netflix non ce l'ho ne penso di abbonarmici e niente...


Valentyna
Valentyna
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Vista dopo che il Conte l'aveva consigliata, molto bella, fatta benissimo.


luludia
luludia
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La vedrò sicuramente. Intanto cinquo la bella pagina...


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