Copertina di Savages Silence Yourself
AlbertCamus

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Per appassionati di musica alternativa, fan del post-punk e del rock inglese, giovani ascoltatori alla ricerca di sonorità intense e autentiche
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LA RECENSIONE

Ci sono storie che compaiono sulla scena, si spiegano secondo il proprio copione e poi si affrettano a spegnersi dietro le quinte. Altre storie, invece, si riparano solo per un attimo dalle luci dei riflettori. Lungo i corridoi del teatro, quindi sull'asfalto della strada, si vestono dei significati e delle sensazioni più crude, fino a conservarne l'odore sul tessuto di ciò che è da raccontare: allora sono pronte - una volta ancora ad esplodere di fronte alla platea, in una rappresentazione simbolica che è violenza e che ha il gusto di una catarsi attesa.

È troppo, per una band giovane come le quattro Savages di Silence Yourself? Forse, ma noi parliamo di storie. E la storia che il gruppo di Jehnny Beth ha in serbo per noi ha le stimmate dei racconti che esplodono in un fulmine e passano presto come i temporali - ma poi ritornano insieme al nuovo sole. È il post-punk, baby, è il calderone arroventato dallle braci dell'Inghilterra tatcheriana e accolto perfino nella Toscana formato Siberia dei Diaframma e dei primi Litfiba. È il post-punk, che scalza ogni sperimentalismo e riporta il canone al centro del palcoscenico: le declamazioni à la Souxsie di Husbands, il riff ricorsivo di She Will, l'urlo individuale di Shut Up. Già, perchè ai tempi dei telefoni intelligenti - sempre più estensione tecnologica dell'umanissima ansia di chiacchiericcio -  si sente proprio il bisogno di starsene un pò zitti. Silence Yourself, per favore: magari rimettendo sul piatto i buoni, vecchi dischi di una volta, per ricominciare a farsi pungere dalle idee di un'era più laconica e - forse - più sincera. Missione compiuta, anticipiamo noi.

Nel debutto delle Savages c'è l'oscurità dei Joy Division di Ian Curtis, la forma-canzone degli esordienti Pere Ubu e una sezione ritmica che ricorda i successivi Gang Of Four. Eppure non stiamo parlando di epigoni (chi ha detto Editors?). Le Savages, direttamente dalla Londra elettronica e affamata di hip degli anni '10, calano il proprio asso andando a cercare una faccia nascosta dietro agli spigoli del poligono post-punk: trovando proprio lì dietro il gusto piacevolissimo delle piccole trovate all'interno del loop chitarristico e i cambi di tempo che non ti aspetti. A volte anche un intero coro di metalli stridenti e di voci che chiedono un'altra redenzione. Quella che - al fondo di Silence Yourself - ci sorprende ad applaudire i corpi spogli delle Savages, ripulite della loro storia che va e che viene, e che certamente tornerà a far capolino al nostro teatro preferito. Intanto l'odore di quel che ci hanno voluto raccontare ha raggiunto i nostri cappotti e i nostri soprabiti, per accompagnarci sulla via di casa. 

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Riassunto del Bot

Silence Yourself, il debutto delle Savages, si presenta come un potente ritorno al post-punk classico, unendo influenze di Joy Division e Gang Of Four a uno stile fresco e crudo. L'album è una rappresentazione intensa di catarsi e tensione emotiva, capace di coinvolgere e sorprendere. Le quattro componenti del gruppo, guidate dalla voce carismatica di Jehnny Beth, regalano un'opera sincera e incisiva, capace di imporsi nel panorama musicale contemporaneo.

Savages

Band post-punk inglese formata a Londra nel 2011. Tra i membri più noti: Jehnny Beth (voce), Gemma Thompson (chitarra), Ayse Hassan (basso) e Fay Milton (batteria).
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