“Sehnsucht” non è una pellicola ruffiana che prende lo spettatore per mano. Se lo fa, è solo per stringere un po’ più forte e trascinarlo in un abisso.
La pioggia cade senza tregua, fitta e insistente, restringendo l'ambiente ed insinuandosi tra i rami contorti di una boscaglia sempre più chiusa, dove la luminosità latita. Il cielo è basso, carico, opprimente, e sembra gravare non solo sui protagonisti ma sull’intero mondo che li circonda, comprimendo ogni respiro e trasformando ogni gesto in un atto lento, pesante, quasi rituale.
In questo spazio sospeso si muovono Samuel e Amanda: si cercano, si sfiorano, si perdono, dentro un legame che nasce come passione carnale, animalesca e bruciante e che, progressivamente, si corrode, muta in dipendenza, controllo e ossessione, fino a sfociare in un annientamento silenzioso e inevitabile.
Sehnsucht è una parola tedesca difficilmente traducibile, spesso banalizzata in modo incompleto come “nostalgia” o “desiderio”, ma in realtà è molto più complessa. È struggimento inteso come tensione dolorosa verso ciò che manca o non può essere raggiunto; è consapevolezza del vuoto, attrazione per l’ignoto, slancio verso un possibile che forse non si realizzerà mai. Tutto il film vive dentro questo stato emotivo poliedrico: legato alla perdita, una memoria che si confonde con la rimozione, un tempo che non procede in linea retta ma si ripiega su se stesso, rendendo passato e presente indistinguibili.
Sid Lucero, con il supporto fondamentale di Chris Tetrokan alla scrittura, realizza un’opera che rifiuta qualsiasi etichetta rassicurante. "Sehnsucht" non è un horror, non è un thriller, ma assume piuttosto i connotati dell’esperimento concettuale e percettivo, radicale e dichiaratamente anticommerciale, che sceglie la sottrazione come metodo. Le immagini, spesso statiche e immobili, ottenute senza l’uso di una telecamera, offrono inquadrature che durano oltre il “necessario”. Il montaggio rifiuta il ritmo classico e costringe lo spettatore a condividere la stasi emotiva dei personaggi.
Sì, è un film verboso. Sì, è statico. E sì, può risultare estenuante. Ma è una scelta precisa, coercitiva, che o ti ipnotizza o rischia seriamente di metterti KO intorno al trentesimo minuto, come è successo a un mio amico che ha fatto la fine di Abraham Simpson e si è ritrovato con la bava alla bocca.
In questo contesto, la parola diventa l’elemento centrale. Il racconto è affidato alle voci di Samuel e Amanda, che emergono come da un altrove indefinibile: dalla memoria, dal rimorso, forse dalla morte stessa. I testi sono asciutti, secchi, calibrati con precisione. Non accompagnano le immagini: spesso le sostituiscono, guidando una narrazione che rifiuta spiegazioni facili e linearità. È un cinema che chiede ascolto, perché ogni pausa, ogni frase, ogni respiro è essenziale per entrare nella mente dei protagonisti che non vediamo mai, se non fugacemente per pochi secondi.
Il sonoro è curato in modo maniacale e svolge una funzione eminentemente psicologica. Il rumore incessante della pioggia non crea atmosfera: la schiaccia. È ammorbante, disturbante, privo di vere pause; annulla il silenzio e impedisce qualsiasi tregua. Anche quando apparentemente non accade nulla, il film non concede riposo, riflettendo l’impossibilità dei personaggi di fermare il flusso dei propri pensieri.
All’interno di questo paesaggio mentale si inseriscono la figura della ragazza dai capelli rossi, bellissima e irraggiungibile, proiezione di desiderio carnale e mancanza, eco di una vita mai nata. È eros e lutto che si intrecciano, ossessione pura, violenza già inscritta nell’ombra senza bisogno di essere mostrata. Il corvo, invece, presenza ricorrente e muta, osserva dall’alto: non agisce, veglia sulle sue prede. Come il desiderio, come il pensiero ossessivo che ritorna. Come lo spettatore.
Prima di scrivere queste righe ho ritenuto necessario recuperare un’altra opera di Sid Lucero per verificare di persona quanto avevo letto genericamente sul web. Posso confermare che la differenza con "Pink for the Masses" è abissale. Se lì Lucero esplorava un horror corporeo, estremo e viscerale (nostal/vomit gore), qui sceglie un'opera concettuale e mentale, che non cerca lo shock ma consuma lentamente. È una violenza sottile, psicologica, che non esplode mai ma resta addosso, appiccicata.
"Sehnsucht" non è un film da “capire”, ma da attraversare. Chiede tempo, attenzione e una certa disponibilità a lasciarsi scombinare. La sua durata di 61 minuti è forse persino eccessiva e la sua immobilità ostinata può respingere, ma fanno parte di un progetto coerente che rifiuta compromessi. Non c’è catarsi, non c’è redenzione: solo il peso di un desiderio irrisolto che continua a ripetersi, come la pioggia incessante, fitta, opprimente, impossibile da ignorare.
È un’opera divisiva e radicale, che affronta un tema abusato in modo originale e sorprendentemente profondo. Con un budget irrisorio, Sid Lucero e Chris Tetrokan hanno dato alla luce un lavoro che non piacerà a tutti, e va bene così: è uno di quei film che, se ti entra sotto la pelle, difficilmente se ne va. Io ve lo consiglio.
P.S. Per correttezza, segnalo che conosco personalmente una delle persone che hanno lavorato al film. Il giudizio espresso resta quello di uno spettatore e nasce esclusivamente dall’esperienza di visione.
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