Con la dovuta riverenza tributata al maestro a cui si deve il perfezionamento dei ferri del mestiere, ma con l'orgogliosa presa di distanze di chi sta compiendo un suo percorso originale pare che Sofocle - producendosi in un equilibrismo di una certa sapidità - dicesse di Eschilo una cosa di questo tipo: "fa sempre il giusto benché inconsapevolmente".

Ma siamo sicuri che si riferisse solo e soltanto alla nobile arte del tragediografo?

Sofocle, nel presentare le sue opere durante le Dionisie, fu uno dei primi a smarcarsi dalla famosa ortodossia eschilea che prevedeva il monolite della "trilogia legata" preferendo piuttosto tre episodi eterogenei e per temi e per eroi.

Se in Eschilo gli Dèi scendevano spesso e volentieri in campo per patrocinare le cause dei loro protetti (come Apollo a favore di Oreste nelle "Eumenidi") o per esporre direttamente i loro casi (come nel "Prometeo Incatenato"), in Sofocle le divinità tendevano invece ad una sorda indifferenza verso gli affari terreni.

E che dire del coro? Laddove Eschilo poteva assegnargli addirittura un ruolo da coprotagonista ("Le Supplici" il caso più evidente), Sofocle lo relegava decisamente in secondo piano. Quasi un contrappunto ai dialoghi e un commento all'azione scenica.

E non è finita: se nelle tragedie di Eschilo la miccia che faceva detonare il congegno drammatico era la tracotanza umana (la hybris) che violava le leggi eterne fissate dai Celesti, in Sofocle la tragedia era connaturata all'umano vivere che - zavorrato da tutte le sue tare congenite - porta nel sé questo misero ed immutabile destino.

Con un certo grado di approssimazione si potrebbe dire che il tragico di Eschilo è liturgico e solenne, mentre quello di Sofocle è innanzitutto esistenziale.

Quale sarebbe, allora, viste le non poche differenze, quel "giusto" a cui si riferisce Sofocle parlando di Eschilo? Che sia da intendersi come un "giusto" filosofico? Un "giusto" che non si riferisca tanto alla tecnica drammaturgica, ma piuttosto alla condizione intrinseca della vita umana sulla Terra?

Eschilo nell' "Agamennone" fa dire al coro di anziani argivi che "Zeus ha fissato per gli uomini questa legge poderosa: conoscenza attraverso il dolore".

E qual'è il personaggio più solo, dilaniato, tormentato, maledetto di tutta la Tragedia greca? Quell'Edipo a cui Sofocle "dona" il più alto grado di conoscenza proprio per tutto quel percorso inenarrabile di dolore che ha dovuto attraversare.

All'inizio dell' "Edipo Re" il Nostro è un eroe senza macchia o paura, un politico scaltro e amato, un uomo nel pieno della maturità dotato di una ars oratoria ficcante e di una logica analitica e precisa capace di sciogliere il più complicato degli enigmi foss'anche posto dalla temutissima Sfinge.

È un uomo sapiente certo, ma il punto è che conosce solo con lo strumento dell'intelligenza.

Non starò a riassumere le notissime peripezie di quest'opera titanica a cui Aristotele, nella sua "Poetica", assegnava la palma del più perfetto esempio di componimento tragico secondo i criteri di verosimiglianza, necessità ed intima concatenazione degli eventi.

Dirò solo che se il viaggio di Edipo inizia quando il destino cinico e baro lo detronizza dal suolo di Tebe, è solo in esilio - nell' "Edipo a Colono" - che la creatura sofoclea giungerà finalmente alla fine del suo percorso acquisendo quella forma di conoscenza superiore attraverso il dolore enunciata in precedenza da Eschilo.

Giunto al bosco sacro di Colono - nei pressi di Atene - Edipo è ormai un vegliardo claudicante, malnutrito, macilento. Un relitto umano che, per di più, è costretto ad affidarsi completamente a sua figlia Antigone a causa della cecità autoinflittasi a Tebe.

Devastato nel corpo, ma non fiaccato nello spirito: "poco chiedo e ancora meno di poco ottengo. E tuttavia questo mi basta: a contentarmi mi insegnano i patimenti e la lunga esistenza vissuta. E infine la fierezza".

All'estremo limite della vita Edipo ormai è un uomo che sà, che intuisce, che vede squarci frammentari eppur limpidissimi del futuro. Capta con sicurezza infallibile le energie cosmiche circostanti e vaticina come un novello Tiresia (un tempo da lui esecrato) a cui è ormai un simile. E non solo per la totale infermità visiva.

Sà che la maledizione della sua stirpe non si estinguerà con il suo nome. Ai figli/fratelli Eteocle e Polinice - rei di averlo esiliato e ora in lotta per succedergli a Tebe - predice il simultaneo fratricidio e quel "toccherà loro della mia terra solo quel tanto per morirvi" sarà Eschilo a narrarlo ne "I Sette Contro Tebe".

Nessuno sarà risparmiato. Né il malvagio cognato/zio Creonte né la dolce figlia/sorella Antigone che incroceranno i loro dolorosi destini proprio in quell' "Antigone" che chiuderà il ciclo edipico: "in quella terra abiterà in eterno il mio genio vendicatore".

Profetizza a Teseo, re di Atene, fortuna e gloria per averlo così benevolmente accolto tra i suoi possedimenti e - interpretando il rombo di un tuono come un segno inequivocabile - capisce che proprio a Colono troverà quella fine sentita ormai come una benedizione.

È questa la cosa più importante che è arrivato a comprendere: come si affronta la morte.

Sofocle mostra Edipo inoltrarsi nel fitto del bosco con una serena stoicità, un completo abbandono al cupio dissolvi che sta per inghiottirlo e che perora la causa di Nietzsche quando parlava di metafisica consolazione per l'ineluttabilità della morte come della più alta "funzione educativa" della Tragedia greca.

Chi mai ha patito più di Edipo? Chi mai, poi, ha conosciuto di più (e più a fondo) la vita, il futuro o l'approssimarsi della morte?

Sì, la parabola di Edipo sembra la dimostrazione di Sofocle della "giusta" affermazione eschilea.

L' "Edipo a Colono" fu l'ultima opera scritta dal Nostro quando aveva quasi novant'anni (!) e la leggenda narra che suo figlio Iofonte (anch'egli poeta tragico) intentò un processo al padre per contrasti pecuniari arrivando ad accusarlo di demenza senile. Sofocle, per confermare la sua lucidità, si difese recitando per intero quest'ultimo parto della sua mente.

Ma non lo vide mai messo in scena: fu rappresentato postumo - grandissimo e inconsueto onore a quei tempi - dopo cinque anni dalla sua morte.

E con lui si chiudeva un'era irripetibile.

"Le Rane" rappresentate nel 405 a. C. - pochi mesi dopo la quasi contemporanea dipartita di Sofocle ed Euripide - denunciava che la grande tradizione tragica era ormai finita e, con la sua lingua viperina e irriverente di consumato commediante, Aristofane chiamava i nuovi tragediografi "racimoli", poetastri che ben presto svanivano nell'anonimato "dopo aver pisciato una volta sola sulla Tragedia".

I più grandi si erano ormai inoltrati nel fitto del bosco.

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