Per poter parlare di questo disco dobbiamo contestualizzarlo storicamente e, prima di arrivare a questa versione targata 1988, bisogna tornare indietro di almeno sette anni, quando, nel 1981, la band ancora non esisteva, i componenti si facevano chiamare Loud Fast Rules ed avevano già inciso brani come “Black And Blue” (qui presente in chiusura in una sua versione dal vivo apparsa precedentemente nella compilation “Barefoot And Pregnant”).

Solo nel 1983 nascono i Soul Asylum che esordiscono nel 1984 con l'album “Say What You Will... Everything Can Happen”, un ep di nove tracce ancora molto acerbo.

Nel 1988, quando la band ha già pubblicato diversi album, esce questa versione, la quale riprende l'album d'esordio, modificandone il titolo ed aggiungendo cinque brani registrati al tempo della sua uscita ma poi scomparsi misteriosamente al momento della sua pubblicazione.

Il disco è prodotto da Bob Mould, alfiere del movimento hardcore punk degli anni '80 con gli Hüsker Dü, e l'influenza di questo genere è ben presente in molti brani, schegge piene di rabbia giovanile, munite di testi ancora immaturi e suoni istintivi ed animaleschi, ancora molto lontani dallo stile per cui la band diverrà famosa.

In alcuni casi, comunque, il gioco riesce grazie alla capacità di coniugare la furia hardcore con il ritornello vincente, come nella iniziale “Draggin Me Down”, dotata di un riff portante quasi metal (qualcuno ha parlato di Iron Maiden?) o nella orecchiabile “Broken Glass”. Altre volte riesce un po' meno (quasi tutta la seconda parte) a causa di vari difetti dettati evidentemente dalla giovane età. Il leader David Pirner (passato dalla batteria al microfono) deve ancora finire di scoprirsi cantante e, più che cantare, finisce spesso per urlare, riuscendo di rado ad uscire dagli schemi dell'hc.

Quando poi la band decide di addentrarsi in territori nuovi spesso i nostri finiscono per contorcersi in brani appesantiti dalle loro stesse (buone) intenzioni, come nel maldestro e difficile tentativo di unire hc e jazz di “Masquerade”, esperimento non riuscito di creare un'atmosfera ambigua, che però annoia e in cui è molto complicato arrivare alla fine dell'ascolto.

Emblema di questa immaturità è poi la centrale “Religiavision”, logorroica e pretenziosa, che, aprendo il lato B, avrebbe dovuto dare la spinta e che invece finisce per affossare l'ascolto della seconda parte.

Per fortuna ci sono anche altri episodi interessanti come “Do You Know”, un proiettile di puro stampo hardcore o la meditabonda e stralunata “Voodoo Doll”, dal coro appiccicoso e contagioso.

Ma, soprattutto, la seguente “Stranger”, il brano più accessibile del lotto, foriero dei futuri successi nelle forme di rurali ballate agrodolci che in tanti apprezzeranno come il mega successo di “Runaway Train”. Qui il brano ha ancora un sentore di immaturità, ma è già zuppo di quegli amari frammenti di vita che saranno la cifra stilistica della band per album interi. Il tutto condito da un sax che conduce il passo e che stride con i suoni aspri e scorticati che lo circondano negli altri brani.

Insomma parliamo chiaramente di un inizio zoppicante ma ricco di spunti di interesse che verranno in futuro rielaborati e migliorati dalla band stessa, a tal punto che non sarà quasi più riconoscibile agli eventuali fans della prima ora.

Il titolo del disco, “... Karl Sold The Truck” (“Karl ha venduto il furgone”), si riferisce al bassista Karl Mueller, il quale vendette il suo pick-up per acquistare un van per il tour del 1984 della band.

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