Copertina di Spacemen 3 Live at the New Morning, Geneva, Switzerland, 18-05-1989
Cervovolante

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Per appassionati di psichedelia, shoegaze, musica alternativa e chi cerca esperienze musicali fuori dai canoni.
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LA RECENSIONE

Pubblicato molti anni dopo dalla Space Age Recordings e rimasterizzato nel 2015, Live at the New Morning, Geneva, Switzerland, 18-05-1989 non sembra un disco pensato per essere ascoltato con lucidità. Sembra piuttosto qualcosa che riaffiora da una notte troppo lunga, come quando ritrovi addosso l’odore di fumo del giorno prima e non sei sicuro di ricordare cosa sia successo davvero. Gli Spacemen 3 nel maggio del 1989 erano già immersi fino al collo nel proprio mito chimico e minimalista, e questo concerto lo documenta senza filtri, senza abbellimenti, senza alcuna voglia di risultare simpatici.

Non è la psichedelia colorata dei poster anni Sessanta: è una psichedelia grigia, notturna, da locale semivuoto e amplificatori troppo forti per lo spazio. Durante il tour di Playing with Fire la band aveva trovato una formula basata su ripetizione, lentezza e saturazione, e qui la applica con una specie di determinazione ottusa. Le chitarre di Jason Pierce e Sonic Boom non cercano di emozionare: tengono acceso qualcosa, come due fornelli lasciati al minimo per ore.

“Rollercoaster” parte e non decolla mai davvero, continua a girare su se stessa come una giostra vista da lontano, troppo lenta per fare paura ma abbastanza insistente da ipnotizzare. “Revolution” perde ogni traccia di slogan e diventa una marcia svuotata, quasi indifferente, come se il titolo fosse rimasto attaccato a un pezzo che non crede più a nulla. Tutto è ridotto all’essenziale: battito, distorsione, ripetizione. Niente virtuosismi, niente climax, niente consolazione.

Poi arriva “Suicide” e il concerto smette definitivamente di comportarsi come un concerto. Il pezzo si allunga, si trascina, si avvita su se stesso fino a diventare una massa sonora compatta, una specie di nube tossica che non si disperde. A un certo punto — ed è uno dei dettagli più tipicamente Spacemen 3 — la band abbandona il palco lasciando gli strumenti a urlare da soli: chitarre appoggiate agli amplificatori, tastiere bloccate, feedback che continua a pulsare mentre la sala si riempie di fumo. Non è teatro, non è provocazione intelligente: è quasi menefreghismo elevato a estetica. Il suono continua senza di loro, come se la musica non avesse più bisogno dei musicisti.

Quando tornano, non lo fanno per chiudere il pezzo ma per riattivarlo, spingendolo ancora più in là. È il tipo di gesto che oggi verrebbe letto come performance concettuale, ma che probabilmente allora nasceva da una miscela di testardaggine, stanchezza e alterazione. Lo stesso Kember ha raccontato che la band usava momenti del genere come filtro naturale per il pubblico: chi resisteva restava, gli altri se ne andavano.

La registrazione conserva tutta questa ostilità latente. Non c’è la pulizia rassicurante di molti live ufficiali, ma neppure il caos indistinto dei bootleg: è abbastanza chiara da farti sentire quanto fosse fisico quel volume, quanto poco spazio lasciasse alla distrazione. Il pubblico si percepisce appena, come se fosse intrappolato nello stesso stato sospeso della band. Se lo si ascolta aspettandosi rivelazioni mistiche, può risultare frustrante. Se invece lo si prende per quello che è — una registrazione cruda di una band che suona lenta, forte e ostinatamente sempre uguale mentre tutto intorno sfuma — diventa quasi ipnotico. Non perché succeda molto, ma perché smette di importare che succeda qualcosa.

In fondo, più che un concerto, sembra il residuo sonoro di una notte in cui nessuno aveva davvero intenzione di tornare a casa presto. Imperfetto, monotono, a tratti sgradevole, ma anche stranamente coerente con l’idea che gli Spacemen 3 avevano della musica: non intrattenere, non spiegare, non migliorare l’umore — solo alterare la percezione finché la realtà perde definizione e resta soltanto un ronzio continuo, ostinato, difficile da spegnere.

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Riassunto del Bot

La recensione indaga il live degli Spacemen 3 a Ginevra, restituendo un'esperienza ipnotica fatta di psichedelia grigia, minimalismo e ostilità estetica. Il disco emerge come testamento crudo di un'epoca e di una band che ha scelto di alterare, piuttosto che intrattenere. La registrazione, imperfetta ma coerente, diventa una testimonianza intensa di un modo radicale di vivere la musica.

Spacemen 3

Spacemen 3 sono un gruppo nato a Rugby, Inghilterra, fondato da Jason Pierce e Peter Kember. Attivi negli anni '80, sono noti per una psichedelia minimale, drone e per un rapporto dichiarato con l'uso di droghe.
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