confine s. m. [dal lat. confine, neutro dell’agg. confinis «confinante», comp. di con- e del tema di finire «delimitare»]. - 1. a. Limite di un territorio, di un terreno. b. Limite di una regione geografica o di uno stato; zona di transizione in cui scompaiono le caratteristiche individuanti di una regione e cominciano quelle differenzianti; c. naturale, quello che s’identifica, più o meno, con linee prestabilite dalla natura, quali coste, crinali di montagna, fiumi, ecc.; c. politico, quello stabilito per convenzione tra governi, che separa due organismi politici mediante una linea di confine la quale, quando è possibile, è costituita da una fascia disabitata con funzioni di isolamento.

"I confini dividono lo spazio; ma non sono pure e semplici barriere. Sono anche interfacce tra i luoghi che separano. In quanto tali, sono soggetti a pressioni contrapposte e sono perciò fonti potenziali di conflitti e tensioni." Zygmunt Bauman.

Nel 2015 Sicario di Denis Villeneuve esplode con tutta la sua debordante potenza visiva e metaforica come uno dei più grandi film di epoca recente di frontiera americana. Ed uno dei più significativi sul concetto di confine.

Il Confine, la delimitazione geografica, politica e giuridica tra due nazioni, i cui equilibri di vicinanza sono per natura fragili come cristalli. Quello tra USA (Texas in particolare) e Messico è uno dei casi più importanti, delicati e discussi (anche al cinema) storicamente, ma anche noi italiani sappiamo bene cosa sia il rapporto di confine (casi recentissimi i controversi sconfinamenti francesi in territorio piemontese, più sanguinosi e dolorosi i rapporti di confine a Oriente con la ex Jugoslavia). Confine che trascende infine le mere questioni territoriali e diventa metaforico tra Bene e Male, tra DEA e Narcos, polizia federale e cartelli. In Sicario, quest'ultimo confine viene pian piano neutralizzato, fino a renderne evidente la reale inesistenza.

"You should move to a small town, somewhere the rule of law still exists. You will not survive here. You are not a wolf, and this is a land of wolves now."

Tre anni dopo, Soldado è la continuazione di un film che, in realtà, non aveva bisogno di nessuna continuazione, tanto forte e definitivo era il lavoro di Villeneuve e Sheridan. Ma chi si sarebbe aspettato di vedere un progetto simile affidato al nostro Sollima, reduce da Gomorra ed il notevole Suburra (oltre a Romanzo Criminale la serie e il cult ACAB)? Attesa e fiducia sono molte. E ora il Giorno del Soldato è arrivato.

Nella terra dei lupi, dove la non-esistenza del Bene è stata sancita, la legge del più forte è l’unica vigente e l'ingenuità e l'innocenza di Emily Blunt sono definitivamente un ricordo. Dove questa è la base di partenza, il traffico di esseri umani (dice niente?) ha soppiantato quello della cocaina, ed il film ha un devastante avvio in cui nei primi dieci minuti morti ed esplosioni terroristiche si alternano senza lasciare fiato. Uno dei più devastanti inizi del cinema recente in quanto ad impatto visivo e sonoro.

E da qui la direzione di questo inaspettato sequel è già chiara, ma si confermerà lungo tutto il film: laddove Sicario era ambiguo, sottile, psicologico, dilatato nei tempi ("lento" è uno dei modi peggiori e più banali che si possano usare per definire un film) ed allegorico con qualche esplosione di violenza, Soldado è invece diretto, brutale, iper-violento, “sporco” (e sporco, “dirty”, è difatti l’esatta direzione dichiarata dagli stessi protagonisti a inizio film), politico - e non solo per il coinvolgimento, su più piani, di governo ed apparati. Ed allo stesso modo, d’altra parte, Sollima sottolinea come violenza chiami violenza, e questo tipo di atteggiamento frontale risulti deleterio ad ogni scopo finale. L'azione è più presente che nel film di Villeneuve, mostrando le giuste ed ovvie differenze di stile tra il franco-canadese ed il romano Sollima, e l'attualità è fondamentale nella sostanza del discorso. In un mondo in cui l'immigrazione, con le proprie implicazioni economiche, umanitarie e di lucro, è al centro di ogni cosa. E proprio la questione immigrazione è il vero perno sostanziale che differenzia Soldado da Sicario, oltre al resto di cui sopra. Senza comunque banalizzazioni o buonismi di nessun tipo, per fortuna. Anzi.

La sceneggiatura, sempre scritta da Taylor Sheridan, è però, ugualmente, meno interessante e riuscita di quelle della sua trilogia della frontiera, e della regia di Sollima in generale, che per tutto il film non arretra minimamente ed assesta colpi uno di seguito all'altro, come se in diversi momenti avesse chiaro in mente Peckinpah (non che io voglia a tutti i costi scomodare il grande maestro, s'intende). Meno raffinato ma più diretto, o forse muscolare, se si vuole, di Villeneuve, ma non per questo incapace di andare oltre il semplice action americanofilo dirigendo anche almeno due o tre scene davvero memorabili, tra cui il dialogo con linguaggio dei segni tra Del Toro e l'uomo che accoglie lui e la figlia del boss del Cartello. Tra i personaggi di Alejandro (che rischia alla fine la deriva Rambo) e Isabela, suddetta figlia di un boss rapita per scatenare una guerra tra cartelli, si apre, a proposito, un rapporto affettivo non scontato. L'unico aspetto più di piccola intimità all'intero di un lavoro sempre e comunque nero, nichilista e senza redenzione in questo mondo di sicari, soldati, pecore e lupi. In cui chiunque, ragazzini bianchi compresi, può essere abile all'arruolamento, alla prova, alla corruzione dell'animo nelle vie del denaro, del traffico e della morte.

Se Sicario aveva l’aspetto del thriller, Soldado è difatti, a tutti gli effetti, un film di guerra, in cui Sollima, a pieno regime e a mano libera (e liberata da ogni reminiscenza televisiva, ancora presente in Suburra), firma il suo miglior lavoro, seppur imperfetto, ed al suo debutto in lingua inglese (con un pochino di spagnolo ovviamente...) dimostra di essere regista di razza e carattere e pienamente a proprio agio anche al di fuori dei confini (ancora...) nazionali. Lasciando ben sperare che per gli anni avvenire possa confermarsi su questi ottimi livelli oppure migliorarsi ancora firmando anche film sempre più personali. I due protagonisti Brolin e Del Toro (i cui segni del tempo, sempre più evidenti sul volto, ne accentuano ancora di più il suo già grande carisma) senza sbavature nel riprendere i rispettivi ruoli, e davvero bravissima la diciassettenne Isabela Moner.

Soldado è un film d'intrattenimento di alto livello, la cui confezione è impeccabile: la fotografia ancora un piacere per i sensi, quasi quanto quella stratosferica di Deakins (per me una delle più belle recenti, assieme a quella, sempre sua, di Blade Runner 2049 e a quelle del pluripremiato rivale Lubezki), il main theme, ripreso dal primo capitolo, del compianto Jóhann Jóhannsson , a cui è dedicato il film, martella ossessivamente ogni momento importante a sottolinearne ed accentuarne la suspense. Che nonostante non tocchi le punte del suo predecessore, ho molto apprezzato e che potrebbe non essere l'ultimo della saga, magari formando una trilogia, a giudicare almeno dal suo finale aperto. Ma questa è solo una speculazione personale.

Intanto, vale davvero la pena di godersi questo Giorno del Soldato.

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