Buongiorno DeBaser!
Prima "recensione" per me. Onestamente non so cosa mi abbia spinto a buttare giù queste due righe. Forse un sabato pomeriggio estremamente placido; o l'incedere del capodanno dove si ricapitola un po' tutto quello che si è fatto, e ahimè non fatto. Così mi sono detto: - scrivo una recensione su De-Baser. ! - (Se qualcuno arriverà fino in fondo mi maledirà per questo).
Terminato il disarticolato preambolo comincia la "recensione" vera. O dovrebbe cominciare; si perchè ora come ora non riesco a trovare l'incipit giusto (ho scritto e cancellato svariate frasi prima di scrivere questa qui sopra).
Ok, bando alle ciance, per ogni prima recensione che si rispetti dovrei recitare versi del tipo: siate gentili, non stroncatela in partenza, ecc… però saltiamo pure questa spiacevole consuetudine (oramai però le ho dette ugualmente, che stronzo!).
Va be', tergiversare non è il mio forte (oppure si?), Il disco che mi appresto a Recensire è (come avrete già letto sopra) l'album d'esordio degli Stereophonics. La band gallese composta da, zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz!!!!!!!!, formatasi nel zzzzzzzzzzz!!!!!. (se ne può pure fare a meno, no?). Gli stereophonics rappresentano uno dei gruppi che mi hanno accompagnato per mano, agli albori del mio percorso musicale, soprattutto attraverso questo disco, che considero di gran lunga il migliore in tutta la loro carriera.
Premessa: Negli ultimi exploit si sono banalmente svenduti! (Mi è balenata in testa l'immagine del nano-cantante, tale Kelly Jones, che si trova su un piedistallo posto al centro di un ipermercato, intento ad attirare i passanti all'urlo di: Venghino Siiòri, Venghino, a comprare il mio nuovo disco!! E lì, in mezzo al totale delirio di quindicenni accalcati, che con la manina sventagliano i soldini di papà; il nostro nanerottolo, da bravo circense compie salti mortali per scrivere nuovamente qualcosa di simile a questo "WORD GETS AROUND"). Penso tutto ciò e un po' mi dispiace sentirli così, ma guardando indietro scorgo il riflesso di quello che ero, mentre cantavo a squarciagola queste canzoni (ogni tanto in macchina ascolto ancora il CD allo stesso modo. Eh si, Sono un nostalgico!). Mi fermo e sorrido, rimuginando su come sono cambiato da allora. In definitiva non posso disprezzare un gruppo solo perchè non è rimasto come volevo io. Si cambia signori! E non sempre ce ne ricordiamo.
Venendo al contenuto musicale del disco: si parte velocemente con: "A thousand trees" molto orecchiabile, senza tuttavia discostarsi dal terreno del brit-pop. Progredendo, si incontrano episodi meno riusciti e alla fine un po' ridondanti tra di loro, ma nel contempo abbastanza godibili. Le composizioni migliori sono: "LOCAL BOY IN A PHOTOGRAPH" in cui ci viene mostrato uno spezzato molto triste dove attraverso immagini molto semplici, ma allo stesso tempo enfatiche si racconta della morte di un giovane ragazzo. Molto trascinante la musica. Si continua con altre canzoni di una certa pregnanza quali: "SAME SIZE FEET, LAST OF THE BIG TIME DRINKERS, GOLDFISH BOWL" di cui vi consiglio di andare a leggere i testi, in cui Kelly Jones (songwriter) sfodera un'ottima vena evocativa. Il disco si conclude con: "BILLY DAVEY'S DAUGHTER" che è la mia preferita. Una chitarra molto semplice intesse la trama di un racconto alquanto mesto, che in un tono elegiaco va a chiudere il cerchio di tutte le storie raccontate nel disco. Storie di paese, di una provincia che ormai non c'è più. La prima volta che le ascoltai, sembravano uscite da "Stagioni Diverse" di Stephen King: un paese bigotto dove la vita corre su un unico binario, in cui il treno è perennemente in ritardo e non c'è tempo di aspettare nessuno; un posto dove alle volte, riaffiorano tristi ricordi.
A conclusione di ciò voglio puntualizzare che il disco non è sublime musicalmente, come quelli di altri gruppi ben più tecnici, però nella sua ingenuità possiede un'anima sincera, a dispetto della bellezza. Ecco! cos'è questo disco: SINCERO! Una virtù che nel circuito musicale odierno è una rarità.
"WORD GETS AROUND"… Un album che ormai appartiene al passato e che giudicando ora compie sicuramente alcuni passaggi ammiccanti, nonostante questo, per me rimane lì: un mal di schiena sopito, che nelle notti fredde torna a far capolino. Potrei farlo ascoltare ai miei nipoti (semmai ne avrò), mentre guardano un vecchio album di fotografie.
Si, perchè lì dentro alberga una parte di quello che ero, e probabilmente anche di quello che sono…
XO
Jones interpreta ogni singola sillaba con una bravura ed una passione incredibili, come se ogni nota interpretata fosse l’ultima.
Uno degli esordi più belli in assoluto dei tardi novanta, questo 'Word Gets Around', consigliatissimo a chi volesse farsi un’idea sulla (buona) musica di Jones e soci.