Ohi, un bel disco maraglio di cui scrivere e far prendere nota: dell’ossimorico genere chiamato Christian Metal, del titolo che è già tutto un programma, della copertina con la citazione del profeta Isaia che ha originato il nome della band, del trucco e parrucco spinto e delle mise circensi dei quattro musicisti (sul retro di copertina). Gli Stryper sono la sublimazione del tipo di borazzaggine a cui si indugiava con successo in quei fatidici anni ottanta (l’album è dell’88). Il giovane Renato Zero coi suoi mantelli dalla fodera stellata è roba da niente, in confronto a questi.

Liriche tutte in gloria di dio dunque, declamate intanto che diluviano ritmiche di chitarra compresse all’inverosimile, voce solista tenorile penetrante, batteria ancor più compressa e indubbiamente tosta. A proposito: il dotato suonatore di tamburi di questa formazione amava esibirsi non già, come da consolidata prassi, più o meno al centro del palco e fronteggiando la platea, bensì sul suo lato destro e girato di 90 gradi, offrendo agli astanti il lato sinistro della sua figura intera, senza quindi essere seminascosto da tamburi e piatti come capita normalmente ai batteristi. L’attrazione del gruppo, insomma.

Ho tenero affetto per questo disco suonato da giovanotti colla permanente boccolosa che neanche le parrucche di Mozart. I suoi riffoni usa e getta sono impossibili da memorizzare tanto sono convenzionali, i cori angelici sparati a mille nella più convinta delle celebrazione del signore nei cieli sono straboccanti e a loro (tronfio) modo impeccabili. Il falsetto del frontman è mirabolante e il fiato non gli manca per certo; la chitarra solista è debitamente, ordinariamente Vanhaleniana (con rispetto parlando per il maestro e pioniere Eddie), con in più il vizio di armonizzarsi continuamente, pervicacemente, celestialmente.

E’ presente un continuo sfoggio melodico, però di quello ottuso, insignificante, evanescente. E’ un rock inutile… c’è di meglio pure nel ristretto ambito del rock cristiano (Kerry Livgren ad esempio, oppure i Mastedon…). Il cantante ha tanta voce (a un certo punto di carrierafarà una puntatina pure nei Boston in piena decadenza) ma starnazza esageratamente tutto il tempo, diventando disturbante così come il lavoro delle chitarre, talmente distorto e compresso da uccidere ogni dinamica, ogni “respiro” alla musica.

La carriera degli Stryper è divisa in due parti: la prima per buona parte degli anni ottanta, con più che discreti riscontri e cinque album pubblicati, di cui questo è il quarto. Poi un lungo periodo di oblio terminato con la classica, immancabile reunion negli anni duemila. Da quel momento un lungo rosario (…ehm) di dischi, tutti dalle copertine micidiali (guardate quella dell’ultimo “When We Were Kings”: cinque cristi risorti, sul palco!), senza freni ad urla rumorosamente quella loro fanatica religiosità, ben diffusa in una certa America disturbata e sconcertante.

Le stripes in inglese sono le strisce, così lo striper (la y al posto della i ce l’hanno messa loro, per far più figo) sarebbe quello che le crea, le realizza: credo quindi che Isaia o chi per lui si riferisse ai segni lasciati sul corpo da una frusta…

Elenco e tracce

01   In God We Trust (03:58)

02   Always There For You (04:11)

03   Keep The Fire Burning (03:35)

04   I Believe In You (03:15)

05   The Writings On The Wall (04:16)

06   It’s Up 2 U (03:52)

07   The World Of You And I (03:46)

08   Come To The Everlife (04:09)

09   Lonely (04:10)

10   The Reign (02:48)

Carico i commenti...  con calma