Il panorama screamo, (post-)hardcore, emo-violence italiano è sempre stato florido. Abbiamo gruppi del calibro di Laghetto, Raein, Gerda, i più recenti Morning Wood e altri che non sto a nominare. In cima, però, ci son sempre i La Quiete.

Manco a farlo apposta, se leggi le parole “screamo” e “Italia” nella stessa frase, pensi ai La Quiete. Se leggi anche solo “screamo”, probabilmente pensi ai La Quiete. Dopotutto, “La fine non è la fine” è tra gli album più rappresentativi (e riusciti) del genere.
E poi, ci sono i The Infarto, Scheisse!. Gruppetto proveniente da quel di Bergamo, nato dalle ceneri dei LaFalce, scioltisi dopo la prematura morte del batterista. Pace all'anima sua.

The Infarto riprende il discorso che LaFalce lasciò in sospeso. Otto tracce di violento screamo venato di post-hardcore e metalcore, intervallato da pause in spoken word, per un totale di trentun minuti e rotti. In cui si trova spazio anche per una cover, “Nessun nome numero 1”, originariamente una canzone dei LaFalce, quindi etichettabile come cover solo fino ad un certo punto. Canzone dedicata al sopracitato batterista defunto.
L'influenza dei La Quiete non è certo velata, nonostante un approccio apparentemente più pulito e diretto, senza rinunciare a una componente malinconica presente in ogni traccia. E qui sta la differenza col precedente gruppo, che prediligeva melodie più cupe, ma non ugualmente tristi.

E poi, i testi. Bellissimi testi, cantati in lingua madre. Espressioni di disagio, incomprensione e rabbia, molto più schietti di altri gruppi del settore che prediligono una vena più poetica. Non che al gruppo manchi: basti ascoltare, ad esempio, la bellissima “Oggi metto pioggia”, con molte probabilità la miglior canzone del lotto: cantato in spoken word per la prima metà della canzone, su una base più lenta rispetto alla norma dell'album, per poi accelerare nella seconda metà.
In generale, tutte le canzoni si mantengono su standard medio-alti, ma oltre alla già citata “Oggi metto pioggia”, mi sento di segnalare particolarmente “Nearte neparte” e “____”, talvolta rinominata “****”, a cui si alterna il cantato inglese a quello in italiano. Teoricamente, si intitola “Sniffing The Grave”. Infatti, altro non è che un'interpretazione in chiave hardcore di “Digging The Grave” dei Faith No More.

Sopra ho accennato all'influenza dei La Quiete, ma non fatevi ingannare: nonostante ne traggano ispirazione, i due gruppi hanno ben poco in comune.

In conclusione, un disco meritevole, probabilmente nulla di epocale, ma comunque un buon ascolto per gli appassionati del genere. Gli altri, non so con quante probabilità lo apprezzeranno.
Ma dopotutto, è quasi sempre così.

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