9 Giugno 1984. Ci troviamo al The Living Room di Londra. 20 persone presenti. I Jesus And Mary Chain, alias i fratelli William e Jim Reid, Doug Hart e Murray Dagleish (sostituito in seguito da Bobby Gillespie) si esibiscono per la prima volta. Lo show dura dieci minuti ed è l’inizio di un mito.
Volutamente provocatori, mescolano il punk con le sonorità algide dei Byrds e le percussioni di Maureen Tucker, sono ospiti fissi tra le pagine di NME e Melody Maker, forieri di concerti devastanti (spesso interrotti da incidenti), set che durano circa 15/20 minuti. Beh, che dire di più: i ragazzi ce la mettono tutta per calarsi nel ruolo di rockstars. Nel marasma totale pubblicano “Psychocandy”, vinile che stravolge il panorama rock degli anni ottanta, poi, proseguendo su questo stesso sentiero, inciampano e si lasciano sfuggire “Darklands”: più che un disco, i prodromi di una disfatta musicale.
Ci vorrà “Barbed Wire Kisses”, collezione di b-sides e molto altro, per restituire agli spiriti eletti del rock i Jesus nella loro forma migliore. E’ già tutto chiaro con le iniziali “Kill Surf City”, “Head” e “Rider”: intro di gran cassa alla “Just Like Honey", un muro di chitarre distorte al massimo e la voce dubbata di William che da un brano all’ altro prova a dipanarsi nel caos. La stridente “Hit” è un ibrida esplosione di rumore che congiunge le atmosfere grottesche e cavernose dei Birthday Party a quelle selvagge del rock alla Stooges.
Oltre al rumorismo degli Einsturzende Neubauten, già presente in diversi spezzoni di canzone per poi amplificarsi poderosamente quando parte “Cracked”, nel sound dei quattro di Glasgow c’è spazio anche per le venature country: quelle di “Don’t Ever Change”, “Psychocandy” e “Taste Of Cindy”, che nella versione acustica diventa ancora più bella perchè tra voce e chitarra si crea una fusione perfetta, in cui permane, però, sempre qualcosa di cupo, spettrale, come nelle ancestrali ballate folk scozzesi.
Ai fratelli Reid e soci va il gran merito di aver ripescato la formula della canzonetta da tre minuti, già collaudata negli anni sessanta da Beatles e Beach Boys (qui omaggiati con la cover di “Surfin’ Usa”), aggiornandola con le sonorità di gruppi come i Television Personalities, combinando una struttura melodica di fondo con una pioggia di feedback fragorosi, esplosivi: “Upside Down” ed “Everything Is All Right When You’re Down” sono concepite sfruttando questa formula così come, anche se con un suono più limpido, il riff memorabile che percorre dal primo all’ ultimo secondo la bellissima “Sidewalking”. I Jesus riescono ad addentrarsi in territori musicali fino ad allora quasi inesplorati, spargendo nel deserto dell’indie rock i semi da cui nasceranno potenti vibrazioni shoegaze e fuzz pop. Gran finale con “Bo Diddley Is Jesus”: inversione di rotta. Ai feedback sporchi si sostituiscono un basso funky e i ritmi serrati della batteria che scandisce il tempo incessantemente. Come il timer di una bomba a orologeria. Là, in fondo, echi, ancora deflagrazioni di riff e voci distorte.
"Siamo i Beach Boys degli anni 80; dite quello che volete, ma le nostre sono solo pop songs, anche se sono diverse da tutte le altre pop songs ed anche se non sono adatte ai deejay dei programmi mattutini". (Jim Reid)
Puoi dirlo forte, baby.