Premessa l’avversione per tante delle sigle in auge dagli anni Novanta – alt e indie sopra tutte – e per i loro spacciatori, un personaggio come The Mountain Goats avrebbe potuto provocarmi scompensi di varia natura; pure perché, in un eccesso di zelo, al nostro non viene risparmiata neppure la famigerata lo-fi.

Però è andata diversamente ed è stato amore al primo ascolto.

The Mountain Goats è la ditta dietro cui si cela tale John Darnielle, cinquantenne girovago, partito dal natio Indiana per approdare in California, dove si guadagna da vivere come infermiere psichiatrico, dilettandosi altresì come musico a tempo perso.

John inizia ad incidere la sua musica in perfetta solitudine e così prosegue per oltre un decennio, salvo poi cooptare, sempre sotto la medesima ditta, pochi compagni che sovente il prosieguo della storia ha etichettato come “occasionali”.

Questo è quanto, fino a «All Hail West Texas», ufficialmente il suo sesto album di studio, del 2002, a voler tralasciare le numerose cassette, gli ep ed i singoli messi in circolo a partire dal 1991; poi, la vicenda artistica giunge ad una svolta, con il passaggio sotto l’egida di una casa discografica con tutti i crismi, prima la 4AD e di seguito la Merge.

In verità, John non incide in perfetta solitudine ma si avvale dell’indispensabile “collaborazione” di un Panasonic RX-FT500, una radio a cassette, un boombox nel gergo che corre da quelle parti; talmente indispensabile che John immancabilmente lo ringrazia nei credits che accompagnano i suoi lavori.

Con quest’aggeggio, John incide tutte le sue canzoni, per oltre dieci anni, fin quando smette di funzionare, semplicemente così.

Ma ci sono da incidere le canzoni di «All Hail West Texas» ed il boombox si rimette in moto non si sa come – o forse sì, con fatica e sacrificio – e fa il suo ronzante lavoro, fino ad esalare l’ultimo, meccanico rantolo solo al termine di «Absolute Lithops Effect», la traccia che chiude «All Hail West Texas».

John, la sua chitarra acustica, una radio a cassette male in arnese, i ritagli di tempo concessi dal lavoro in istituto e sua moglie ad un campo estivo: il minimo indispensabile per cucire i fili sottili di quattordici canzoni.

Quattordici piccole storie nobili seppur fallimentari, su sette persone, due case, una motocicletta ed un centro di correzione per adolescenti “inquieti”, come da sottotitolo; quaranta minuti solo per concludere che ogni infelice è infelice a modo suo, come qualcuno intuì ben prima di John; e che non basta saltare in sella alla moto dei miei sogni, abbarbicato alla ragazza dei miei sogni, per fuggire dalla confusione, quando tutta la confusione è dentro di me.

Non la forma e neppure la sostanza, ma il pensiero corre alle storie cantate da Michelle Shocked davanti ad un falò, e pure quello era Texas.

Nè alt, nè indie, neppure lo-fi.

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