Si poteva forse preferire l'esordio 30° Degrees Everywhere, ma la qualità orrenda di registrazione influisce negativamente sulla qualità complessiva del disco. Il secondo Nothing feels good va bene comunque per parlare di una piccola grande band degli anni '90. Considerati fra i più importanti "padrini" dell'emo attuale, i Promise Ring sono nel complesso una delle più belle realtà dell'indie americano anni '90, almeno, a mio parere, per quanto riguarda i primi due dischi.
La definizione più appropriata per Nothing feels good e quella di "punk sgangherato", nel senso di una musica veloce, melodica, discendente diretta del punk californiano anni '90, eppure anche tremendamente irregolare, malinconica, e soprattutto "bambinesca": sembra quasi che il cantante Davey Von Bohlen canti 11 filastrocche invece che vere e proprie canzoni, dove ripete per tutto il brano sempre la solita frase( o le solite due o tre frasi) con quella sua inconfondibile voce squillante.
Ed è lo spirito libero di un bambino quello che fa colorare come un caleidoscopio Nothing feels good, facendo assumere a ogni brano un atmosfera diversa: cosi se Is this thing on è puro punk melodico, Red and blue Jeans assume un carattere quasi post-rock con i suoi nevrotici cambi di umore; Make Me A Chevy è invece vicinissimo alla New Wave e A broken Tenor è cosi tanto sghembo che potrebbe figurare su un disco dei Pavement. Tutto ciò senza dimenticare le varie Ballads che chiudono il disco (Pink chirneys, Is for Bethlem, Forget me), ancora una volta espressione decisamente atipica,(siamo nel 1997 e il grosso dell' Emo deve ancora venire!) di come i Promise ring intendevano il Punk.