Perché avere questo disco? Due sono le possibili risposte: o non si conoscono i Rolling Stones, ed allora questo può essere un buon punto di partenza per un viaggio - ritengo fruttuoso - in tale genere; oppure, come nel caso del sottoscritto, avendo una pressoché completa e didascalica cultura sulle "pietre" (fermo restando che c'è sempre da imparare), si ascolta questa raccolta - la seconda in ordine cronologico, datata 1969 - con la consapevolezza di avere tra le mani un piccolo pezzo di storia.
Ai più attenti non sarà sfuggito di che cosa parlo. Si tratta infatti dell'album che segna la chiusura di un'epoca: con questo i Rolling Stones scelsero di onorare degnamente la memoria di Brian Jones, grandissimo artista deceduto quell'anno in circostanze misteriose nella piscina della sua villa. Quanto sia coerente poi questa scelta, dopo che i Glimmer Twins avevano contribuito non poco alla sua (auto)emarginazione, è un'altra questione; all'album seguì poi un concerto - originariamente volto a presentare il nuovo membro Mick Taylor, dato che Jones aveva lasciato il gruppo qualche tempo prima - trasformatosi ben presto in una celebrazione live del piccolo grande uomo biondo.
Questa raccolta vale dunque solo in relazione al fatto storico? Affatto. Nel 1969 gli Stones, oltre ad essere la migliore e più acclamata rock'n roll band del pianeta (capaci - da soli - di realizzare un anti - Woodstock, il festival di Altamont), hanno un naturale istinto per il lato economico del loro mestiere. Così, quale occasione migliore per rimpinguare la discografia con una raccolta, che peraltro presenta una differente lista tracce rispettivamente in America ed in Europa? E, soprattutto, quale occasione migliore per inserire in 33 giri due singoli storici che non avevano fino ad allora - e nemmeno in seguito - trovato posto sugli album ufficiali? Sto parlando di Jumpin' Jack Flash e Honky Tonk Women, nelle inarrivabili versioni originali, ovviamente; due pezzi che da soli - lo so, si dice sempre così - varrebbero l'intera discografia di un qualsiasi gruppo odierno. Jumpin' Jack Flash apparirà, per la verità, un anno dopo, in "Get Yer Ya-Ya's Out!", il primo vero live degli Stones: ma qui è tutta un'altra storia. Nella versione studio il brano raggiunge vette di spregiudicata selvatichezza, con un Jagger in gran forma (suo l'assolo di armonica, assente nei live) e Richards che pesta sicuro nella sequenza indemoniata dei tre accordi, così semplice, così dannatamente travolgente. Grande.
Non si pensi comunque che la raccolta valga solo per Jumpin' Jack Flash. Qualche esempio? Paint It, Black, tanto per cominciare. E poi Let's Spend the Night Together e Street Fighting Man. Oppure le perle psichedeliche del periodo 1967, che saranno state tanto care al compianto Brian, She's a Rainbow, Dandelion (pure questa mai inclusa in alcun album), 2000 Light Years From Home. Senza dimenticare la ruvida acidità di Mother's Little Helper e Have You Seen Your Mother Baby, Standing in the Shadow?, e la dolce mollezza venata di Lsd di Ruby Tuesday.
Non propriamente un'opera per completisti, come potrebbe essere la successiva raccolta "Metamorphosis", datata 1975, l'album eccelle soprattutto per la varietà dei pezzi proposti: dal rock di Honky Tonk Women alla psichedelia svagata di Dandelion. Storia e lunigimiranza economica si intrecciano e convivono, ed il risultato è più che apprezzabile, nella migliore tradizione Stones.