Il 2024 si è aperto decisamente col botto, con un album grandioso: “Wall of Eyes”, il secondo attesissimo album dei The Smile, il progetto con Thom Yorke e Jonny Greenwood dei Radiohead, da cui ereditano una buona fetta di sound. Effettivamente faccio fatica a scovare le differenze fra questo nuovo progetto e la band madre, anche se in qualche modo so che ci sono eccome, forse dovrei fare un’analisi più approfondita per arrivarci ma al momento mi viene più facile individuarvi le analogie. Dal cantato volutamente lagnoso di Thom (che però ci piace così) alle combinazioni elettroacustiche a servizio di una musica melodrammatica e tenue, fino ad una tangibile e malata sperimentazione.

Anzi devo dire che questo secondo lavoro è pure più radioheadiano del primo. Il primo era forse più rock, aveva quella dose energica in più, si proponeva di offrire una versione dei Radiohead un po’ più disimpegnata. Qui invece domina la delicatezza unita alla sperimentazione, carezze acustiche e chitarre appena sollecitate, archi drammatici e volutamente dimessi, ritmi fievoli. E poi la scelta di allungare i brani quel tanto che basta, senza esagerare (solo uno tocca gli 8 minuti), si sfonda giusto il muro dei 5 minuti, sufficienti a trasformare i brani in cantilene ipnotiche e dilatate; se 8 tracce possono sembrare poche per una band non propriamente ascrivibile al prog, l’ascolto smentisce tutto, perché in quelle 8 tracce si dà il massimo, è un album relativamente breve ma esauriente. L’album si pone come una nenia triste e lamentosa, in grado però anche di far viaggiare con la mente l’ascoltatore più attento e visionario.

Quando sento le corde acustiche sfregarsi e dondolarsi appena appena e le percussioni affacciarsi con voluta fiacchezza, gli archi strillare d’improvviso, i fiati piagnucolare, penso subito che siamo in presenza di una specie di bossa nova europeizzata e inserita di prepotenza in un circuito indie/alternativo, con risultati assolutamente stupefacenti. Sono all’incirca queste le coordinate che rendono grandiose tracce come la title-track, “I Quit” o “Teleharmonic”. In “Friend of a Friend” invece ci si imbatte in una specie di jazz malinconico e leggermente angoscioso. Gli unici momenti più rock che sembrano figli del precedente album sono invece “Read the Room” e la successiva “Under Our Pillows”, dove i fraseggi elettrici costruiscono una sorta di math-rock preciso e scorrevole ma nemmeno troppo.

Un album complessivamente più maturo e meno immediato del suo predecessore, uscendo a gennaio ha aperto alla grande l’anno, si può fregiare tranquillamente del titolo di “porta d’accesso” nell’anno ormai troppo velocemente arrivato a metà.

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