La figura di Mike Skinner, personaggio emerso prepotentemente in Gran Bretagna già da due anni, quando ottenne un successo clamoroso con l'album di debutto "Original Pirate Material" al punto tale da avvalersi della nomea di "Eminem inglese", si apre a tante interpretazioni e/o valutazioni. In Inghilterra il suo status di superstar della "working class" è per il momento indiscutibile, mentre all'estero c'è una certa diffidenza di pubblico e di media verso questo ragazzo classe 1980 (un mio coetaneo, e mi sta già simpatico solo per questo) che paradossalmente di "glamour" ha ben poco: non viene dalla strada, non si atteggia a divo, tiene le distanze da tutte le etichette che inevitabilmente vengono tirate fuori quando è un bianco a tirare giù delle frasi in rima, non minaccia questo o quell'artista famoso di prenderlo a calci in culo, non si fa fotografare con modelle e non presenzia nei club. Nonostante tutto, in patria è venerato e si è guadagnato premi, copertine e lodi anche da parte della stampa più esigente.
Ascoltando il debut album e questo "A Grand Don't Come For Free" che recensisco, ho trovato la risposta a diversi dubbi che mi ponevo su di lui: innanzitutto, Skinner ha talento, ma è quasi ovvio che fuori dall'Inghilterra l'impatto della sua musica sia per forza di cose molto più soffocato.
Questo piccolo eroe del garage ha ideato una formula magica che sembra ideata apposta per incantare un intero popolo: testi profondamente personali ma che riguardano una larghissima schiera giovanile che va almeno dai 17 ai 25-26 anni, diretti e dal linguaggio onesto e spesso duro (come nella tradizione dell'hip hop da strada) ma che portano a una identificazione totale tra chi ascolta e chi li canta.
Non siamo in America, non ci sono i rapper arricchiti che parlano di champagne, auto lussuose o feste sfrenate, nè tantomeno mitomani ruffiani che si inventano passati turbolenti e battaglie insulse contro qualche altro musicista: Skinner sputa la realtà, il peso dei fatti. Il suo è un mondo di giornate in città, piovose e monotone, di goffi approcci con le droghe, birre al pub, partite di calcio, ragazze irraggiungibili o rese tali anche se in fondo sono normali commesse di fast food, pochi soldi che girano e speranze costantemente messe a dura prova da una vita che appare cinica e ostile.
Nelle canzoni dei The Streets c'è il disincanto, ben nascosto dalla simpatica "cazzonaggine" di Skinner, capace di fare ironia su se stesso come pochi sulla scena musicale (gioca a fare il tonto ma è persino laureato), di chi non ha mai avuto molte chance sin dall'inizio, in un paese che sembra andare avanti verso il progresso senza mai fermarsi a pensare a chi non riesce a seguire il suo ritmo frenetico.
Così in "A Grand Don't Come For Free", Skinner dice la sua giocando con basi ora scarne ora epiche (la finale, sofferta "Empty Cans" ne è un esempio), racconta storie di exctasy ("Blinding By The Lights"), di approcci comici con le ragazze (l'irresistibile singolo "Fit But You Know It" quasi una nuova "Parklife"), con una onestà lirica che spiazza e disarma l'ascoltatore ("Dry Your Eyes" tocca davvero il cuore).
Per capire i suoi dischi, bisogna leggere i testi, capire il perchè del suo ostentato accento cockney e le inflessioni della sua voce: in poche parole, bisogna essere piuttosto affini nel "percepire" anglosassone. Ho avuto la fortuna di essere cresciuto a pane e britpop, e forse è questo il motivo per cui trovo, a differenza della critica italiana, questo album un vero capolavoro, più punk del punk, più pop del pop, più hip hop dell'hip hop. Sarò anche ingenuo, ma amo sentirmi amico degli artisti che ascolto, e Skinner lo è. Guarda caso, ora che scrivo indosso una polo Fred Perry blu.
Tutto molto bello, ma ne ero sicuro.
Beato te, ragazzo, che hai 16 sterline nelle tasche da buttare per ascoltare il solito riff del cazzo.