Mi piace pensare agli Unicorni durante la loro preadolescenza (quello che da noi sarebbe "il periodo delle medie") intenti a buttare di nascosto aspirine dentro i bicchieri di Coca preparati con tanto amore dalla madre del secchione di turno che organizzava la festa. Ed è proprio l'immagine di una festa delle medie con i bimbi fuori di testa quella evocata dal primo album degli Unicorns.
Domiciliati in Canada, i nostri suonano qualcosa che a grandi linee può essere definito come indie pop a bassa fedeltà. Di bassa fedeltà ce n'è tanta - più per scarsità di fondi che per motivazioni estetico musicali - e di pop decisamente poco, visto che praticamente in ogni pezzo è abolita la sequenzialità strofa-ritornello-strofa.
Basta l'iniziale I Don't Wanna Die per farci capire la (non) filosofia alla base della loro musica: inizio zoppicante, accompagnamento di piano, cantato da night club, elettronica indigente, crescendo di trombe che sembra preludere ad un'esplosione di batteria e invece tutto si interrompe sul più bello. Il tutto in due minuti poco più. Proprio la concisione e la continua variazione di questa (non) struttura alla base delle loro canzoni rende interessanti gli Unicorni.
In tale collage postmoderno fanno capolino melodie pop sbilenche scritte dai Chipmunks (Ghost Mountain), accenni di batteria sincopata danzereccia (Tuff Ghost e Jellybones), punk in erba (The Clap), fraseggi di organo stonato con un improbabile cantato hip hop (Child Star).
Dopo l'ascolto del country a doppia velocità di I Was Born a Unicorn e del flauto sghembo che introduce Sea Ghost, vi ritroverete stampato in faccia quel ghigno sornione con cui ogni bambino affronta il mondo, e che ogni adulto dovrebbe cercare di preservare gelosamente.
La vita è quello che è, e se una risata dovrà seppellirci, sia la benvenuta.