Sono dell'idea che a questo disco si debba concedere una stellina in più rispetto al solito dello standard qualitativo della produzione di Jakob Dylan. Dopo aver (volutamente?) cercato il paragone col (o più semplicemente o furbamente di assomigliare al?) padre, adesso Jakob prova a scostarsene. Nel 2000 esce "(Breach)", lavoro in cui i Wallflowers s'allontanano da Bob il grande ma non escono dallo standard del pop-root americano; qui invece, e siamo altri due anni dopo, i ragazzi riescono nell'opera meno dylaniana della loro produzione.
Indipendenza comunque sarebbe una parola grossa, perché le sonorità ed i gusti sono e restano sempre quelli del collettivo americano guitar-based e pop oriented.
Il ritornello di "When You're On Top", ad esempio, pare venir dritto da un pezzo degli Sugar Ray, dopo esser ovviamente depurato dalla "coattitude" di Marc McGrath. "If You Never Got Sick" è pop sdolcinato, persino lievemente emo nel ritornello, e quegli "uuh uuh" sembrano di Umberto Tozzi (!). Pop californiano piacione e paraculo? Può darsi, ma non certo in tutti gli episodi. "Three Ways" sembra una versione giocattolosa dello Springsteen delicato di brani come "Secret Garden" et similia, "See You When I Get There" ci mostra un Dylan jr scanzonato e adolescenziale come mai avremmo ipotizzato di sentire, ed "Here In Pleasantville" non è più la solita caramella root ma è vero e proprio pop acustico.
Per uscir fuori dai propri canoni, i Wallflowers propongono inoltre esemplari di pop sofisticato e d'una delicatezza che è difficile attendersi da dei campagnoli. In "Health And Happiness" siamo per giunta ai limiti del Bristol sound, mentre nella in un certo senso ballabile "Too Late To Quit" ci si ritrova alle prese con un rocketto fichetto, che i Maroon 5 avrebbero giudicato buono per farci i miliardi.
Esplorano in tutte le direzioni alla ricerca dei propri limiti, pur rimanendo all'interno d'un perimetro pop, e per completare l'esplorazione vanno anche su sentieri più "rocciosi" con l'ottima (e quasi violenta, si direbbe) "Everybody Out Of The Water", o nella sempre tetra (persino nei ritornelli, cosa davvero insolita per loro) "Feels Like Summer Again"; intensificano quindi il loro mood, rendendolo cupo, lucido e potente, in "Everything I Need".
"Red Letter Days" è un disco di buone canzoni, e chi ha più o meno tutta la musica americana nella corde troverà pochi punti deboli a questo lavoro. Quel che mi fa subito pensare bene di questo cd è però non la qualità dei suoi brani, ma la bontà del cantato. Pur non essendosi tramutato in ugola d'oro, Jakob Dylan è più intonato, più sicuro, addirittura, in "Too Late" ed "Everything I Need", urla e si cimenta in acuti, roba che uno come lui non si poteva permettere neppure quando era piccolo e suo padre non gli voleva comprare le caramelle.
E' evidente che credeva, nei suoi pezzi, ed a questi livelli l'avrebbe fatto chiunque.