Copertina di Tiamat Sumerian Cry
mementomori

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Per appassionati di metal estremo, fan del gothic/doom metal, cultori della scena metal anni '90 e chi cerca musica metal storica e di nicchia.
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LA RECENSIONE

Sono fiacco, non ho golose novità per le mani, i Diaframma me li hanno scippati due volte due e così, per capriccio, gioco, per curiosità, mi getto in una di quelle recensioni da scrivere con il pilota automatico, una di quelle che puoi scrivere bendato e con una mano legata dietro la schiena, senza nemmeno riandarti ad ascoltare il cd. Scorriamo quindi il data-baser in cerca di lacune interessanti. Ecco, parliamo un po' dei Tiamat, parliamo del loro debutto discografico “Sumerian Cry”.

Premessa inutile: tutti noi conoscono lavori come “Clouds”, “Wildhoney”, “A Deeper Kind of Slumber” e di certo non mettiamo in discussione il ruolo di assoluto rilievo che la band ha ricoperto nell'evoluzione del gothic metal due decadi fa. Ma anche se la parabola artistica del signor Johan Edlund è giunta lentamente al suo termine (da “Skeleton Skeletron” in poi il Nostro sembra in effetti aver perso la bacchetta magica), anche se i Tiamat oggi non se li caga più nessuno, anche se la loro invenzione è invecchiata maluccio e di certo l'intuizione di fondere metal estremo, atmosfere gotiche e psichedelia impallidisce innanzi agli occhi smaliziati dei merdallari degli anni duemiladieci, anche se oggi siam tutti più post e meno depressive, alla fine della fiera val la pena spendere due parole sul debutto di una delle più grandi ed originali band metal degli anni novanta.

“Sumerian Cry” come si diceva è il primo lavoro della formazione scandinava, e forse una sua rispolverata ha più senso adesso che quindici anni fa, quando la band macinava capolavori su capolavori, opere sempre diverse e sublimi, una band (o meglio, un musicista) che si giovava di una spinta creativa/evolutiva su cui pochi altri suoi contemporanei potevano contare. Quindici anni fa riscoprire il primo lavoro dei Tiamat era un doloroso atto di devozione da parte del fan più completista, oggi avvicinarsi a “Sumerian Cry” significa compiere, con professionale disincanto, uno scavo archeologico che può condurci al massimo ad un buon disco di death metal, sicuramente acerbo, ma non privo di salienti spunti di interesse.

Certo, “Sumerian Cry” non è “In the Sign of Evil” dei Sodom, ma poco ci manca se ci si appresta all'ascolto con l'ingenua tentazione di assaporare, seppur in uno stato embrionale, quei Tiamat che diverranno a breve una delle gemme più sfavillanti del panorama gothic/doom: percorso sì iniziato dagli imprescindibili Paradise Lost, ma dai Tiamat portato a livelli eccelsi, spinto oltre orizzonti inavvistabili da parte di molte altre formazioni nate all'insegna di sonorità estreme.

Ma del resto non è un segreto, quando si formarono (correva l'anno 1989) i Tiamat suonavano un rozzo death metal di marca tipicamente svedese, ispirato dai padri della patria Entombed (anzi Nihilist!) ed influenzato dalla ribollente scena di allora (cugini Unleashed in prima fila), scena di cui Johan Edlund (già attivo con i temibili Treblinka) era degno esemplare: un death metal quindi ancora intriso della furia senza controllo ereditata dal thrash degli anni ottanta, non scevro dalle putrefazioni sonore dei vari Carcass e Asphyx, ma già pregno di quell'oscurità e quella pesantezza che caratterizzerà il percorso della maturità del combo svedese.

Ma torniamo a noi: “Sumerian Cry” viene registrato nel 1989 e rilasciato alle stampe l'anno successivo, e all'epoca i neo-formati Tiamat erano un duo, Johan Edlund (voce e chitarra) e Jorgen Thullberg (basso). I due loschi figuri, oltre che suonare una roba incazzatissima, amavano darsi nomi orripilanti (Hellslaughter e Juck) e sfoggiare un look barocco che oggi potremmo definire quasi quasi black metal (face-painting, canotta, pallottoliera stretta alla vita e bracciali chiodati all'avambraccio, tutto ritratto in fotografie dal rigoroso bianco e nero). Per dovere di cronaca aggiungo che a completare la formazione troviamo in qualità di session Emetic (chitarra) e Najse (batteria), ma è ovvio che la nostra attenzione dovrà dirigersi verso Hellslaughter, alias Johan Edlund, mastermind del progetto, nonché l'unico elemento costante nel continuo stravolgersi della formazione nel corso degli anni, l'uomo fondamentale a cui dobbiamo necessariamente associare l'entità Tiamat, divinità sumera, e “Sumerian Cry”, guarda caso, non è altro che l'estrinsecazione, e lirica e musicale, dei furori giovanili di una ragazzetto che amava coniugare temi fantastici, il culto del proverbiale Satanasso a musica brutale ma a tratti anche lenta ed oppressiva, persino macchiata da rimandi settantiani, in linea del resto con quanto predicato in quegli anni dai monumentali Cathedral.

La produzione è povera ma potente ed efficacie, i ragazzi maneggiano i loro strumenti in modo scolastico, ma del resto grandi musicisti i Tiamat non lo saranno mai, poiché la loro forza rimane e rimarrà legata, nel buono e nel cattivo tempo, all'indole visionaria del suo leader ed alla sua indubbia capacità di creare atmosfera. E per quanto duro, il Pianto Sumero porta con sé una certa atmosfera, tetra quanto vuoi, ma è innegabile che già ad allora un vento metafisico soffiasse sulle note grattate con forza dalle dita maldestre di Edlund. Non a caso l'album parte all'insegna di chitarre arpeggiate e maestose tastiere, tanto che l'intro “Sumerian Cry -part 1” mi fece all'epoca ben disporre nei confronti dell'ascolto. Ma fu solo l'impressione di un istante, “In The Shrine of the Kingly Dead” è una mazzata nelle gengive che non si dimentica facilmente: chitarre vischiose, una possente calata di metallo fangoso, poi la batteria si arresta, parte un riff scartavetrante (molto à la Entombed, tanto per rimanere in tema) presto raggiunto da ritmi galoppanti che sfociano nel tiratissimo ritornello cantato addirittura con doppia voce, growl e sussurrato. Già, la voce di Edlund: il suo rantolo infernale non si scosta molto da un arrancante growl da sedicenne, roco quanto sfibrato, misto ad un sussurro spiritato, nel quale tuttavia i puristi rinverranno la peculiare timbrica del musicista svedese. Sfrigola la chitarra, rimbomba il basso, tintinnano i piatti, ecco che riparte l'assalto batteristico: è “The Malicious Paradise”, velocissima seconda traccia, tanto che il death metal dei Tiamat è talmente oscuro che a tratti si ammanta di umori black metal (ma ricordiamoci che siamo nel 1990, quando il black metal come oggi lo conosciamo – voce gracchiante, chitarre ronzanti, produzione a cazzo di cane – non era ancora stato codificato come si deve, e quindi è piuttosto logico ricondurre il sound dei nostri a quell'impasto ottenebrante che era il metallo estremo di quegli anni, un death metal in fin dei conti decisamente malvagio e sproloquiante le tematiche dell'Occulto, tanto che il risultato non si allontana di molto dal “Soulside Journey” di quei Darkthrone che non a caso il black metal lo suoneranno per davvero).

I musicisti, si diceva, non escono sicuramente dal conservatorio (sulle parti solistiche della chitarra, per esempio, sarebbe lecito calare un velo pietoso, anche se poi non è che guadagnino grandi spazi nell'economia del tutto), ma nel suo insieme l'album ha un bel tiro, alternando parti decisamente violente ad evocanti rallentamenti di matrice doom. Ma i puristi, goniometro e compasso alla mano, sapranno cogliere, fra i solchi di questo sound ancora derivativo e troppo poco personale, delle gustose peculiarità del sound dei Tiamat a venire: “Necrophagios Shadows” (notare l'ilare puerilità dei titoli) è dominata da poderosi tempi medi (inevitabile pensare ai Cathedral di “Soul Sacrifice” che nell'ambito dettavano legge), dove fra l'altro (lente di ingrandimento alla mano) ai tre quarti del pezzo ci imbattiamo nel tipico riff di Edlund che ritroveremo in salse diverse in molti suoi episodi successivi (il tema portante della fenomenale “The Ar” - da “Wildhoney” - per esempio); in “Nocturnal Funeral” addirittura spiccano dal marasma indecenti plettrate di chitarra classica (niente in confronto ai magici intrecci elettro-acustici che udiremo in futuro); nella seconda metà di “Evilized” assistiamo infine ad un poco riuscito tentativo di inserire in un contesto estremo partiture blues (con tanto di xilofono e chitarra scordata), facendo però trapelare già una timida quanto sfocata voglia di sperimentare. Ben più significative, semmai, sono le atmosfere decadenti che pervadono l'ultimo affossante pezzo (capolavoro dell'album) “Where the Serpents Ever Dwell”, finalmente pienamente assolutamente doom, finalmente in grado di evocare quello che poi fiorirà nei successivi “The Astral Sleep”, con tutte le sue ingenuità, e “Clouds”.

Lasciamoci con un mistero: nella track-list sono presenti undici tracce, ma il mio cd ne segna solo dieci. Secondo me non è presente l'outro “Sumerian Cry – part 2” a meno che non si parli della maestosa coda orientaleggiante della già citata “Where the Serpents Ever Dwell” (sì, è sicuramente quella). Ma in compenso, la versione farloccona del cd in mio possesso mi regala in pieni supplementari un bel colpaccio sotto forma di bonus track, ossia una “The Sign of the Pentagram” con i contro-fiocchi che, salvo il riff assassino posto in sua apertura, porta già impresso a caratteri nitidi il marchio dei Tiamat del prossimo futuro, soprattutto nei cori sgraziati che campeggiano nel ritornello e nell'uso un po' più fantasioso della voce di Edlund, meno growleggiante e maggiormente orientata verso i lidi di un'evocativa e sputacchiante teatralità.

Accidenti alla neve!, ma quando cazzo mi arrivano i cd che avevo ordinato????

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Riassunto del Bot

La recensione esplora il debutto 'Sumerian Cry' dei Tiamat, un album di death metal svedese grezzo e acerbo ma con spunti interessanti. Pur con una produzione povera e un'interpretazione tecnica scolastica, il lavoro evidenzia già i semi della futura evoluzione gothic/doom della band. L'autore valuta il disco come un'importante testimonianza storica nel panorama del metal estremo degli anni '90, sottolineandone i limiti e le potenzialità. Un ascolto consigliato a chi vuol esplorare le origini del sound di Johan Edlund e compagni.

Tracce testi video

01   Intro: Sumerian Cry, Part 1 (00:57)

02   In the Shrines of the Kingly Dead (04:09)

03   The Malicious Paradise (04:29)

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04   Necrophagious Shadows (04:35)

05   Apothesis of Morbidity (06:06)

06   Nocturnal Funeral (04:06)

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08   Evilized (05:00)

09   Where the Serpents Ever Dwell / Outro: Sumerian Cry, Part 2 (06:09)

10   The Sign of the Pentagram (03:54)

Tiamat

Tiamat è una band svedese guidata da Johan Edlund, nata dagli embrioni dei Treblinka e attiva dalla fine degli anni ’80. Dalle origini death metal ha evoluto un linguaggio personale tra gothic/doom e psichedelia, firmando dischi chiave come Clouds (1992) e Wildhoney (1994), quindi ampliando il raggio con l’elettronica e il dark-rock di A Deeper Kind of Slumber (1997).
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