Spassionato e convinto elogio di Burton e del suo Dumbo.

Dove si può iniziare per parlare del Dumbo di Burton? Purtroppo, nel caso del nostro Tim, critiche, snobismi e stroncature escono prima dei film stessi, e così da oltre un decennio. Una volta che il film è uscito, ovviamente tutto viene moltiplicato e rispettato. Vedo poi, e la cosa mi mette tristezza, gente che apprezza i suoi film recenti, ma si sente di doversi quasi scusare o mettere le mani avanti, con cose del tipo "sarà colpa mia", "sarò io a sbagliare", perché la critica/stroncatura, spesso condita da ironia e strafottenza non richiesta, a Burton è l'automatismo, la moda cui non ci si può né vuole esimere, il cliché, il dato di fatto, la regola non scritta, il modo di darsi un tono e ostentare inesistente superiorità intellettuale. Che, talvolta, porta anche allo sminuire le vecchie opere, in fin dei conti, "per bambini", "per adolescenti". "Fa sempre lo stesso film", "non fa film originali da Beetlejuice", i luoghi comuni più diffusi solo dopo "fa solo film con Johnny Depp" (tutti gli ultimi sono senza, ma nessuno che se ne accorga...) e "non ci sono più le mezze stagioni".

E quindi: "non è più quello di una volta", "ce lo siamo giocato", "ha perso la magia da tempo", "i bei tempi sono andati", "non è quello di una volta", "in fin dei conti sopravvalutato da sempre", "dai, però Beetlejuice (aridaje) era carino" "salvo giusto Ed Wood" (gli altri lasciamoli lì...), "eh, ma vuoi mettere il Cavaliere Oscuro super-realistico super-fiko di Nolan e il Joker di Leadger?!1!"

Beh, se amare ancora oggi Burton fa di me una mosca bianca, sono orgoglioso di esserlo e non chiederò scusa per questo.

Preciso che il mio non è un atteggiamento da fan boy, sono il primo a riconoscere Alice come un film malriuscito sotto quasi ogni aspetto, anche se col tempo è diventato quasi il paradigma del disastro artistico e capro espiatorio per tutti i mali delle vite personali dei cinefili. Rimasi molto deluso da Big Eyes, nonostante la presenza della divina Amy Adams; non riguarderei La Fabbrica del Cioccolato (nel mio caso soprattutto per una idiosincrasia generale con la storia, non ho mai visto nemmeno l'originale con Wilder).

Altresì, vedendo Dumbo, ho ritrovato momenti, che già erano presenti a dire il vero nel precedente (anch'esso, va da sé, ovviamente snobbato/schifato/dileggiato) Miss Peregrine, del Burton più puro, fin dai primi momenti in cui la sua impronta stilistica e autoriale è già evidente. Dumbo è l'ennesimo capitolo della vicenda burtoniana di freaks, artisti da circo, reietti soli e tristi, orfani di padre ed incompleti o separati dalla madre, in un mondo ostile ma con pochi e significativi esempi di umanità e solidarietà.

Dumbo di Burton è difatti più vicino all'Edward prima mostruoso poi creatore di meravigliose sculture di giardinaggio (già auto-citate nel suddetto Miss Peregrine), che non a una creatura Disney classica. Piccolo clown triste costretto ad esibirsi con la sola volontà di ricongiungersi alla genitrice e protettrice. Seppur lo spirito di rivalsa dopo molti maltrattamenti e derisioni resti quello dell'originale, e difatti lo stesso Burton ne ha parlato come dell'unico personaggio Disney che sentisse a lui vicino, e che lo appassionasse nella creazione di una sua versione.

Burton a mio modo di vedere è ancora capace di creare magia e di emozionare, rispetto ad Alice, Dumbo è un film di vero spessore che entra benissimo nella sua filmografia, senza dover proporre paragoni scomodi con i suoi vecchi ed intoccabili capolavori ma neppure senza sfigurare a confronto di essi. E so già che saranno in pochi ad essere della stessa opinione, ma sono felice di aver visto al cinema questo sua ultima opera e di riuscire ancora a scorgere la bellezza e l'autenticità nel suo lavoro. Oltre all'amore che ancora mette così tanto in quel che fa e nei confronti dei suoi piccoli antieroi.

Con l'originale animato sono moltissime le differenze (come d'altronde fu per Batman, il personaggio è preso più come pretesto che altro) ed alcune le affinità, ma quel che mi ha commosso è stata la capacità di mostrare il lato più universale e senza tempo della storia dell'elefantino con le orecchie giganti, deriso e umiliato, staccato alla madre, che impara a volare, attraverso i suoi occhi. A proposito, cito proprio Burton:

“Le emozioni dovevano essere espresse in maniera diversa, attraverso una forma semplice pura. In un mondo caotico, l’unico modo per esprimere le emozioni è attraverso gli occhi. Ci abbiamo lavorato molto”.

Ritengo che Burton, come anche Wes Anderson, sia uno dei rari animi puri del cinema (lo si è, per me, visto esplicitamente anche nel candore e nell'emozione con cui ha ricevuto il David di Donatello pochi giorni fa), e per questo il disincanto ed il cinismo di molti spettatori (ancor di più critici e cinefili, categorie terrificanti) non lo premieranno (già è stato indicato come peggior film Disney di sempre per incassi all'esordio).

Al di là di tutto, dal punto di vista tecnico è un film imponente, dalla regia, alla fotografia, alla scenografia, e la stessa realizzazione del piccolo elefante in CGI è perfetta e bellissima (questo un altro punto su cui nessun cinefilo sarà mai d'accordo, chiaramente) e sul grande schermo il risultato non può che essere impressionante e suggestivo. L'impianto visivo è infatti di grande effetto: la celebre scena degli elefanti rosa dell'originale completamente reinventata in maniera stupefacente e strabiliante nel nuovo contesto, ed il lungo finale di --- SPOILER --- incendio e fuga da Dreamland soddisfa pienamente sia la necessità spettacolare che quella emozionale. Perfetto il cast, ricco di membri della grande famiglia allargata burtoniana, Keaton (che prosegue la sua ribalta iniziata da Birdman e che non lavorava con Tim dai tempi di Batman) e De Vito in primis, e la sua attuale ricorrente musa Eva Green, splendida e buona acrobata francofona, oltre ad un ottimo Colin Farrell con un braccio solo.

Ma soprattutto questo è un film con un'anima, cosa rara e non scontata nelle produzioni Disney sempre più frequenti di rifacimenti dei vecchi classici. Si vede una netta e forte impronta autoriale, una autonomia (per quanto possibile, come dice Burton, non esiste mai la vera libertà), una credibilità artistica, che poi il risultato piaccia o meno.

È un film vero e proprio, cosa che lo differisce nettamente da Alice.

Dumbo è cinema.

In ogni caso, Burton nelle immagini, Elfman nella musica, colpiscono ancora il mio immaginario ed il mio lato emotivo, riscoprendo l'ingenuità della bellezza.

Burton, più che un regista, è un modo di essere.

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